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L'ottimismo della volontà col pessimismo della ragione

GENOCIDIO di A.M.Guideri

La Redazione, 20 Agosto 202520 Agosto 2025

(La parola, oltre la parola …)

Le parole servono di più a percepire la realtà o a prenderne le distanze? Nel caso di genocidio, sul cui uso appropriato in riferimento al massacro di civili inermi sulla striscia di Gaza per mano dell’esercito israeliano, si è sollevata una ridda di sottili distinguo dal carattere più accademico che di sostanza, sembrerebbe più probabile la seconda ipotesi. Di fronte alla tragedia di Gaza che si svolge sotto gli occhi – indifferenti? Impotenti?- del mondo ha davvero senso discettare sulle sfumature semantiche dei termini genocidio, sterminio, massacro, pulizia etnica, eccidio … ? Perché se è vero che è importante sapere usare bene le parole per dare voce alla realtà , è anche vero che quando la realtà supera le parole facendosi orrore, non vi sono parole per dirlo. Questo non significa che bisogna stare in silenzio, ma che, di fronte alla dismisura dell’orrore che definiamo disumano, ma che invece è un’esclusiva assoluta dell’umana specie, non è sulle parole che il mondo deve concentrarsi, ma sui fatti. Non sulle definizioni, ma sulle azioni. Si rischia altrimenti di percepire il lessico come azione anziché come espressione. Di usarlo come un’arma di distrazione e di assoluzione per le nostre coscienze vili e impotenti, un sostituto della volontà politica di porre fine all’orrore. Di genocidi passati e presenti si potrebbe fare un lungo elenco – gli Armeni, i Rom e i Sinti, i Nativi d’America, Srebrenica – tuttavia l’olocausto è vissuto simbolicamente come il genocidio per antonomasia: il genocidio dei genocidi, un tabu che non può essere equiparato a nient’altro né attribuito a nessun altro che al popolo ebraico, un’esclusiva assoluta, un triste primato. La portata di quel martirio è tale da aver creato intorno agli Ebrei un’aura sacrale, un monito per l’intera umanità per far sì che tali orrori non si ripetessero più; uno specchio nel quale l’umanità avrebbe dovuto eternamente riconoscersi per non dimenticare, per comprendere la propria natura e di cosa siamo capaci. Ma era difficile immaginare che in caso di possibili ricadute nell’orrore, i carnefici sarebbero stati proprio coloro che ne erano stati vittime. Di questo sentimento di incredulità, di inammissibilità è interprete anche Liliana Segre che si rifiuta di definire genocidio il massacro dei palestinesi per mano di Netanyahu. La sua vicenda personale di bambina deportata ad Auschwitz, l’uccisione dei suoi genitori, una vita dedicata alla testimonianza usata come speranza di pace e di riscatto, ne hanno fatto un’icona vivente di un popolo martoriato capace di convertire il male assoluto subito, in un messaggio di speranza universale. Immagino il suo e il generale smarrimento nello scoprire che in un assurdo gioco delle parti, il destino si è fatto beffa delle nostre illusioni e ha trasformato le vittime in carnefici. Genocidio sì? Genocidio no? Questa parola segna uno spartiacque fra l’utopia e la realtà, fra la speranza nella palingenesi e l’eterno ritorno dell’uguale. Povera Segre! La sua risibile presa di distanza dall’uso di questa categoria per definire la persecuzione dei palestinesi da parte dello Stato di Israele, ci fa comprendere – e forse è un bene – i suoi limiti umani nel dovere ammettere che la catarsi da lei testimoniata e auspicata, il suo popolo non l’ha vissuta. Che la rinascita umana e spirituale è un fatto individuale suo e di altri, ma non si è fatto coscienza collettiva. Ed è terribile dovere ammettere che coloro che hanno subito la deportazione ora la vogliano infliggere ad altri, che coloro che si sono visti negare il diritto di esistere, ora lo neghino al popolo palestinese. C’è da comprendere l’imbarazzo della Segre a parlare a nome delle vittime di un genocidio, che oggi sono accusate di ripeterlo a danno di chi, come loro, difende il diritto di vivere nella propria terra. A pensarci bene l’aspetto più tragico dell’olocausto è proprio quello di non aver generato nessuna vera scintilla di salvezza. A nome di chi, se non di se stessa, può parlare oggi la Segre? Quale autorevolezza può avere come testimone, come messaggera di pace lei, che appartiene ad un popolo che da perseguitato si è fatto persecutore? Perché se c’è un popolo che ha il dovere assoluto di essere giusto, quello è il popolo d’Israele. Crolla il tabu dell’antisemitismo e l’anima smarrita e opaca dell’occidente assiste impotente al dissolversi della propria identità, di quella visione del mondo dove ogni cosa occupava un posto preciso ed era abbastanza facile scegliere fra i buoni e i cattivi. Vacilla la certezza che il sangue delle vittime non sia stato versato invano e la speranza che la storia possa essere maestra di vita. Scrive Sergio Labate su Domani di Lunedì 11 agosto citando il filosofo tedesco G. Anders: “Le tragedie si ripetono perché siamo incapaci di immaginazione. Non sappiamo né immaginiamo più l’intollerabile che pure stiamo concretamente preparando.” Non solo non siamo capaci di immaginare, ma nemmeno di ricordare e di imparare dall’intollerabile per far sì che non venga mai più tollerato.. Non è un caso che si parli dell’intollerabile con l’aria di chi lo sa tollerare benissimo. È in atto un processo di normalizzazione dell’orrore laddove le parole forti servono più a contenere che a suscitare la reazione emotiva necessaria al risveglio delle coscienze. Si usano le parole come se fossero riduttori dell’ intensità e della dismisura in modo da adattarla alla nostra piccola dimensione di individui che cercano di partecipare come meglio possono, ma senza esagerare. Se la realtà è troppo grande per noi, la rimpiccioliamo, così se l’orrore è intollerabile, facciamo in modo di tollerarlo. Le parole, come tutte le cose preziose, devono essere usate con avvedutezza e parsimonia, non vanno sprecate né sciupate, pena la loro evaporazione nel bla bla bla mediatico e salottiero. Ci sono casi in cui le parole devono arrendersi. Scriveva S. Quasimodo in Alle fronde dei salici: E come potevamo noi cantare con il piede straniero sopra il cuore, coi morti abbandonati nelle piazze … Alle fronde dei salici, per voto, anche le nostre cetre erano appese, oscillavano lievi al triste vento.

Anna Maria Guideri 14-08-2025

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