Nel 1973 avevamo trent’anni. Era l’anno del golpe in Cile, e me lo ricordo bene perché fu allora che Enrico Berlinguer scrisse su Rinascita che non si poteva governare l’Italia con il 51%. Nasceva l’idea del compromesso storico, una visione fondata sul dialogo e non sullo scontro frontale. All’epoca non ero d’accordo. Con gli anni mi sono molto ricreduto.
La riflessione di Berlinguer partiva da un dato pragmatico e drammatico: in Paesi segnati da forti tensioni sociali e minacce eversive — come l’Italia delle stragi e delle trame golpiste — una maggioranza risicata, persino un ipotetico 51%, non sarebbe bastata a garantire stabilità e riforme. La democrazia, per sopravvivere, richiedeva dialogo e una base sociale più ampia, non la contrapposizione frontale.
Ricordo bene la tensione che ci opprimeva, me e i compagni di allora. L’Italia era attraversata da ferite profonde: Piazza Fontana, il golpe Borghese, le ombre che avrebbero portato a Piazza della Loggia e alla P2. Berlinguer ci avvertiva: con un impianto democratico fragile e polarizzato, il rischio di una deriva autoritaria era reale.
Oggi il contesto è diverso, ma le preoccupazioni restano. Le istituzioni della democrazia liberale si stanno disgregando in tutto l’Occidente — dagli Stati Uniti di Trump alla (ir)resistibile avanzata del neo‑fascismo in Europa, Italia compresa — in un quadro di guerra globale ibrida che alimenta tensioni e paure. Se non proviamo ansia, forse dovremmo cominciare.
Che possiamo fare? Intanto, difendere il valore delle regole condivise. Si torna a parlare di modifiche alle leggi elettorali, avanzate dalla maggioranza senza un reale confronto con le opposizioni. Una nuova legge truffa?
Trasporre quella lezione al presente solleva questioni centrali sul funzionamento delle democrazie moderne:
- Distanza tra eletti ed elettorato. Quando l’affluenza scende al 60% e una forza governa con il 40% dei voti espressi, la maggioranza reale rappresenta appena un quarto degli aventi diritto.
- Forzatura delle regole del gioco. Le riforme costituzionali e le leggi elettorali toccano l’architettura comune dello Stato: approvarle a colpi di maggioranza incrina il principio di condivisione democratica.
- Rischio di sfilacciamento. Non un colpo di Stato, ma un lento svuotamento della legittimità sostanziale delle istituzioni, dove la legalità formale del voto non coincide più con la rappresentatività reale.
Non siamo (ancora) di fronte a un golpe come nel 1973, ma resta una domanda decisiva: si possono cambiare le regole del gioco democratico rappresentando solo un quarto del Paese e senza cercare convergenza con l’altra metà?
La democrazia non è solo aritmetica parlamentare: è tutela del perimetro comune. E forse, a distanza di più di cinquant’anni, quel monito sulla fragilità delle istituzioni dovrebbe tornare a farci riflettere.
