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L'ottimismo della volontà col pessimismo della ragione

IL CACCIATORE DI COMUNISTI SENZA COMUNISTI

La Redazione, 4 Luglio 2026

Breve storia italiana di un mestiere redditizio, da Mussolini alla Meloni / di Rolando Dubini

C’è una figura, nella storia italiana, che meriterebbe una statua. Non in bronzo, per carità: il bronzo costa, e poi qualcuno potrebbe nazionalizzarlo. Facciamola in cartapesta elettorale, materiale più coerente. È il militante anticomunista fuori tempo massimo: l’uomo che nel 2026 combatte il PCI, sciolto nel 1991, con la stessa fierezza con cui un cavaliere borgognone avrebbe caricato un mulino a vento, se solo Cervantes fosse stato iscritto alla CGIL. Il PCI, ricorda Treccani, nacque nel 1921 e si sciolse nel 1991: dato banale, ma per certi crociati dell’anticomunismo è già archeologia avanzata.

Costui ha una missione: impedire che Antonio Gramsci, morto nel 1937 dopo le galere fasciste, esca nottetempo dai Quaderni del carcere per collettivizzare il condominio; che Togliatti torni da Salerno con la valigia piena di democrazia progressiva e ambiguità togliattiana; che Luigi Longo, partigiano e dirigente comunista, telefoni dall’aldilà per occupare le rotatorie; e che Enrico Berlinguer, uomo così pericoloso da parlare di questione morale, austerità e compromesso storico, si aggiri ancora tra gli scaffali del supermercato minacciando il sacro diritto al terzo SUV in leasing.

Attenzione, però. Qui bisogna evitare il trucco più vecchio del mestiere: ridurre la storia a una cartolina. L’Unione Sovietica non fu il paradiso dei lavoratori con la neve coreografica e i cori dell’Armata Rossa in sottofondo; ma non fu nemmeno il fumetto nero che certa propaganda occidentale ha venduto per decenni al pubblico domenicale, quello che confonde Mosca con Mordor e la storia con un cinegiornale della NATO. La Russia rivoluzionaria nacque dentro una guerra mondiale, precipitò nella guerra civile, subì interventi stranieri, isolamento, assedio politico, arretratezza economica, carestie, sabotaggi, violenza interna ed esterna. I documenti diplomatici statunitensi del 1918 registrano chiaramente l’intervento militare alleato, da Vladivostok ad Arcangelo: non proprio il laboratorio sereno di una facoltà di scienze politiche svedese.

Anche la questione dei Gulag, se la si vuole trattare seriamente, richiede più cervello che bava. Furono carceri, campi di lavoro, strumenti di repressione politica e sociale, luoghi durissimi, talvolta letali, dove finirono criminali comuni, oppositori veri, oppositori presunti, innocenti, sconfitti delle lotte interne, gente travolta dalla macchina dello Stato. La Library of Congress ricorda che il sistema sovietico dei campi di lavoro forzato nacque sotto la Čeka e crebbe enormemente negli anni Trenta, includendo criminali comuni, dissidenti politici e religiosi.

Ma trasformare automaticamente ogni Gulag in Auschwitz è una scorciatoia propagandistica, non un’analisi storica. I campi nazisti furono anche — e in certi casi specificamente — macchine industriali di sterminio razziale; lo United States Holocaust Memorial Museum ricorda che il sistema concentrazionario nazista comprendeva campi di concentramento, lavoro forzato, prigionia, transito e centri di sterminio, destinati anche alla distruzione fisica di interi gruppi umani.  Il sistema sovietico fu un apparato penale e coercitivo spietato, certo; ma dentro un’altra logica storica, politica ed economica. Confondere tutto fa comodo solo a chi non vuole capire nulla, o peggio a chi ha già capito benissimo e vuole solo far finta.

E poi c’è la Seconda guerra mondiale. O meglio, la Grande Guerra Patriottica, come la chiamano i russi: e bisogna capirlo, perché le parole non nascono al bar dopo il terzo amaro. Il nazifascismo italo-tedesco aggredì l’Unione Sovietica e l’Est europeo come spazio di conquista, colonizzazione e annientamento. Sul fronte orientale si consumò la parte più vasta e sanguinosa della guerra europea: l’USHMM definisce quel teatro di guerra il più grande e mortale della Seconda guerra mondiale, e ricorda che l’Armata Rossa respinse la Wehrmacht fino a Berlino nella primavera del 1945.

Milioni di sovietici morirono; milioni di prigionieri sovietici furono affamati, lasciati morire, assassinati. Le fonti dell’USHMM stimano in circa 3,3 milioni i prigionieri di guerra sovietici uccisi dalle politiche naziste.  Chi racconta la sconfitta di Hitler e Mussolini senza l’URSS sta facendo una storia con una gamba sola: può anche camminare, ma solo se nessuno lo guarda troppo attentamente.

Quanto a Stalin, lasciamo perdere la liturgia da tribunale universale permanente. I russi, nei sondaggi, mostrano da anni una valutazione molto più positiva di Stalin di quanto piaccia ai salotti occidentali: Levada, nell’aprile 2025, indicava Stalin tra le figure considerate più rilevanti nella memoria storica russa.  Possiamo trovarlo discutibile, inquietante, comprensibile, incomprensibile: ma è storia loro, memoria loro, ferita loro, orgoglio loro. Noi possiamo studiare, confrontare, criticare, ma senza il ridicolo tono del missionario democratico con il casco coloniale. La democrazia non si esporta: quando si prova a esportarla con le bombe, di solito arriva imballata insieme ai contratti di ricostruzione.

Detto questo, torniamo all’Italia, perché qui sta il punto. Il PCI italiano non fu il PCUS, l’Emilia non era la Siberia, Botteghe Oscure non era la Lubjanka con la carbonara. Il PCI fu una grande forza popolare, operaia, contadina, intellettuale, amministrativa, nazionale; fu partito di massa, scuola politica, organizzazione sociale, disciplina collettiva, cultura, anche burocrazia, anche conformismo, anche durezza ideologica. Ma fu dentro la storia della Repubblica italiana, dentro la Costituzione, dentro i comuni, le fabbriche, le cooperative, le case del popolo, le università, i quartieri. Si poteva combatterlo politicamente, certo. Ma ridurlo a succursale del Cremlino era già allora una comoda menzogna; oggi è archeologia della menzogna, con visita guidata e souvenir all’uscita.

Il primo grande laboratorio italiano dell’anticomunismo fu naturalmente il fascismo. Mussolini e i suoi non si limitarono a “non amare i comunisti”, come si dice con quella mollezza da salotto buono. Li picchiarono, li incarcerarono, li mandarono al confino, li spinsero all’esilio, li ridussero alla clandestinità. E, già che c’erano, liquidarono anche liberali, socialisti, popolari, stampa libera e Parlamento. L’anticomunismo fascista non era una garbata preferenza di programma: era manganello, olio di ricino, tribunale speciale e prigione. Il tutto, naturalmente, in nome della civiltà. La civiltà, si sa, ogni tanto arriva con gli scarponi chiodati.

Poi arrivò il dopoguerra. E qui la faccenda si fa più interessante, perché l’anticomunismo democratico ebbe una sua ragione storica: la Guerra fredda, l’URSS, l’Europa divisa, il timore reale di un modello a partito unico. La Democrazia Cristiana costruì una diga politica contro il PCI. Ma fu, almeno nella sua parte costituzionale, una diga dentro una Repubblica democratica: il PCI venne escluso dal governo, non dalla rappresentanza. Differenza sottile ma decisiva: la civiltà giuridica abita spesso in queste sottigliezze, mentre la propaganda preferisce le clave, che hanno il pregio di non richiedere sintassi. Treccani ricorda il ruolo centrale della DC nella storia del Paese: e sarebbe sciocco negarlo, come sarebbe sciocco trasformarlo in assoluzione plenaria.

Accanto all’anticomunismo strategico, tragico, geopolitico, nacque però subito il suo cuginetto sguaiato: il qualunquismo. L’Uomo Qualunque di Guglielmo Giannini scoprì una verità eterna della politica italiana: si può odiare la politica facendo politica, si può disprezzare i partiti fondando un movimento, si può gridare contro il Palazzo chiedendo però un ingresso laterale, possibilmente con parcheggio riservato. Treccani lo descrive come un movimento dichiaratamente anticomunista, alimentato dal malessere dei ceti medi e dalla sfiducia verso i partiti.  Il qualunquista non vuole cambiare il mondo: vuole che il mondo smetta di disturbargli il pranzo. E se qualcuno parla di giustizia sociale, gli cade il cucchiaino nel caffè.

Da lì in poi, l’anticomunismo divenne una rendita. Negli anni Cinquanta serviva a tenere l’Italia nell’Occidente atlantico. Negli anni Sessanta e Settanta serviva anche a impedire che il più grande partito comunista dell’Europa occidentale — radicato nei comuni, nelle fabbriche, nelle cooperative, nelle case del popolo, cioè in quella fastidiosa realtà chiamata popolo — potesse diventare forza di governo. Nel 1976 il PCI arrivò al 34,4%. Non proprio quattro nostalgici con la balalaika. Era una parte enorme del Paese. Si poteva contestare, contrastare, temere, criticare. Ma liquidarlo come “i servi di Mosca” permetteva di non discutere davvero di salari, scuola, casa, fabbriche, corruzione, diritti, sanità, rapporti di forza.

Poi il mondo cambiò. Cadde il Muro. Finì l’URSS. Il PCI si sciolse. La Guerra fredda, secondo Treccani, si concluse tra il 1989 e il 1991 con la riunificazione tedesca e la dissoluzione dell’URSS.  La falce e martello, da minaccia sistemica, divenne in Italia più spesso un oggetto da mercatino vintage, tra un vinile di Guccini e una moka con la guarnizione secca. A quel punto l’anticomunista avrebbe potuto andare in pensione. Magari scrivere memorie: “Come salvai l’Occidente da un assessore emiliano”. Invece no. Ha continuato. Perché il nemico reale era scomparso, ma la funzione ideologica restava splendida: se dici “comunismo”, non devi parlare di disuguaglianze; se urli “regime rosso”, non devi spiegare perché i ricchi pagano poco e i poveri pagano sempre; se agiti Gramsci come un vampiro sardo, puoi evitare di leggere Gramsci, che è sempre la parte più faticosa dell’operazione.

Ed eccoci al presente, fino alla stagione Meloni. Qui l’anticomunismo non è più strategia geopolitica: è arredamento identitario. Sta lì, come il busto del nonno in salotto, un po’ impolverato ma utile quando vengono gli ospiti. Ogni tanto si tira fuori Ventotene, si legge un passo fuori contesto, si fa finta che l’Europa sociale sia l’anticamera del soviet supremo, e il gioco è fatto: il pubblico applaude, il fantasma rosso svolazza, e nessuno domanda perché in un Paese reale — non in un cinegiornale del 1948 — il lavoro povero cresce, la sanità arranca, la scuola fatica, i giovani emigrano e la sicurezza sociale somiglia a una coperta corta in una caserma prussiana.

Il militante anticomunista contemporaneo è dunque una creatura tenera e malinconica. Combatte una guerra finita, ma la combatte con entusiasmo, perché le guerre finite hanno un vantaggio: non sparano. Puoi vincerle tutti i giorni senza rischiare nulla. Puoi sconfiggere il PCI al bar, su Facebook, in televisione, in un comizio, durante una grigliata. È una battaglia perfetta: il nemico non risponde, perché è morto; e se risponde, probabilmente è un pensionato che voleva solo ricordare Berlinguer.

La verità, assai meno comoda, è questa: oggi l’anticomunismo becero serve spesso a impedire che si parli non di comunismo, ma di capitale; non di dittatura del proletariato, ma di precarietà; non di Mosca, ma di Milano, dove un lavoratore può essere povero pur lavorando; non del Palazzo d’Inverno, ma dell’appalto al massimo ribasso; non della rivoluzione mondiale, ma della normalissima domanda democratica: chi paga il prezzo dello status quo?

E allora sì, ridiamone. Perché c’è qualcosa di irresistibilmente comico in chi, nel terzo millennio, si mette l’elmetto contro il comunismo italiano come se Botteghe Oscure fosse ancora il Cremlino con la pasta alla gricia. Ma ridiamo con cautela: nella storia, i fantasmi non governano mai da soli. C’è sempre qualcuno che li evoca. E di solito non lo fa per paura dei morti, ma per proteggere i vivi che stanno benissimo.

Post scriptum

Studiare l’URSS non significa inginocchiarsi davanti all’URSS. Criticare l’Occidente non significa diventare agenti del Cremlino. Difendere il PCI dalla caricatura non significa trasformarlo in una processione di santi laici con la tessera in tasca. Significa soltanto fare una cosa rivoluzionaria, oggi quasi eversiva: distinguere.

E la distinzione, si sa, è il terrore di ogni propagandista. Perché il propagandista vive di pentoloni: butta dentro Stalin, Gramsci, Berlinguer, il salario minimo, la patrimoniale, l’ANPI, una cooperativa di Reggio Emilia e il mutuo della zia; poi mescola tutto e grida: “Ecco il comunismo!”. Più che un’analisi politica, una minestra riscaldata. E pure sciapa.

FONTI

1. Treccani — Partito Comunista Italiano   https://www.treccani.it/…/partito-comunista-italiano…/

  Fonte utile per nascita del PCI nel 1921, scioglimento nel 1991 e inquadramento storico generale.

2. Treccani — Partito Comunista Italiano, Enciclopedia online   https://www.treccani.it/encic…/partito-comunista-italiano/

  Voce sintetica sul PCI come maggiore partito comunista dell’Europa occidentale.

3. Treccani — Anticomunismo   https://www.treccani.it/…/anticomunismo_%28Dizionario…/

  Fonte utile per distinguere l’anticomunismo come opposizione ideologica e come attività politica organizzata contro l’URSS e i movimenti comunisti.

4. Treccani — Fascismo https://www.treccani.it/…/fascismo_%28Enciclopedia…/

  Fonte di contesto sul fascismo, sulla sua ideologia e sul suo anticomunismo.

5. Treccani — L’Uomo Qualunque https://www.treccani.it/…/l-uomo-qualunque…/

  Fonte utile sul qualunquismo di Guglielmo Giannini, sul suo linguaggio antipartitico e sul suo dichiarato anticomunismo.

6. Treccani — Uomo Qualunque, Enciclopedia Italiana https://www.treccani.it/…/uomo-qualunque…/

  Fonte integrativa sul settimanale satirico-politico fondato nel 1944.

7. Treccani — Democrazia Cristiana https://www.treccani.it/…/la-democrazia-cristiana…/

  Fonte utile per il ruolo centrale della DC nella storia politica italiana del dopoguerra.

8. Treccani — Democrazia cristiana, Dizionario di Storia https://www.treccani.it/…/democrazia-cristiana…/

  Fonte integrativa sul significato storico-politico dell’espressione “democrazia cristiana”.

9. Treccani — La guerra fredda https://www.treccani.it/…/la-guerra-fredda_%28Storia…/

  Fonte utile per il bipolarismo USA-URSS e per la conclusione della Guerra fredda tra 1989 e 1991.

10. Treccani — L’Unione Sovietica https://www.treccani.it/…/l-unione-sovietica_%28Storia…/

   Fonte di contesto sulla Russia bolscevica, il comunismo di guerra e la costruzione dello Stato sovietico.

11. U.S. Department of State, Office of the Historian — Russia: Disintegration and Foreign Intervention, 1918 https://history.state.gov/histori…/frus1918Russiav02/comp1

   Fonte documentale sull’intervento straniero nella Russia rivoluzionaria e nella guerra civile, compresi Vladivostok e Arcangelo.

12. Library of Congress — Internal Workings of the Soviet Union: The Gulag  https://www.loc.gov/exhibits/archives/intn.html

   Fonte utile sul sistema Gulag, sulle condizioni durissime dei campi e sulla loro evoluzione dopo la morte di Stalin.

13. United States Holocaust Memorial Museum — The Eastern Front: The German War against the Soviet Union   https://encyclopedia.ushmm.org/…/the-soviet-union-and…

   Fonte fondamentale sul fronte orientale come teatro più vasto e mortale della Seconda guerra mondiale e sul ruolo dell’Armata Rossa fino a Berlino.

14. United States Holocaust Memorial Museum — Nazi Persecution of Soviet Prisoners of War https://encyclopedia.ushmm.org/…/nazi-persecution-of…

   Fonte sul trattamento criminale dei prigionieri di guerra sovietici da parte della Germania nazista.

15. National WWII Museum — Operation Barbarossa: The Biggest of All Time    https://www.nationalww2museum.org/…/operation-barbarossa

   Fonte utile per il peso strategico enorme del fronte orientale nella sconfitta militare della Germania nazista.

16. Levada Center — The Most Outstanding People of All Time and Nations, April 2025    https://www.levada.ru/…/the-most-outstanding-people-of…/

   Fonte sul rilievo di Stalin nella memoria storica russa contemporanea. Nota prudente: qui Levada indica Stalin al 42% come figura più citata tra i “più eminenti”, quindi primo in classifica, ma non maggioranza assoluta in quel sondaggio specifico.

17. Levada Center — Archivio tag “Stalin”

https://www.levada.ru/en/tag/stalin-en-2

   Pagina utile per recuperare i sondaggi Levada su Stalin e memoria storica russa.

18. Governo italiano — Il Presidente del Consiglio

https://www.governo.it/it/il-presidente

   Fonte istituzionale sul fatto che Giorgia Meloni è Presidente del Consiglio dal 22 ottobre 2022.

19. Treccani — Giorgia Meloni https://www.treccani.it/enciclopedia/giorgia-meloni/

   Fonte enciclopedica di contesto sul profilo politico di Giorgia Meloni.

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Rolando Dubini Facebook 4-6-26
Gruppo Alessandro Barbero: la Storia

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