il caso Meloni-Trump non è interessante soltanto per la polemica in sé. È interessante perché rivela uno scontro molto più profondo: quello tra due concezioni completamente diverse delle relazioni internazionali. Da una parte c’è il modello che ha guidato l’Occidente per gran parte degli ultimi ottant’anni. Dall’altra c’è il nazionalismo sovranista che oggi pretende di sostituirlo.
Per capire ciò che sta accadendo bisogna fare un passo indietro.
Dopo la Prima guerra mondiale, il presidente americano Woodrow Wilson aveva già intuito che la pace non poteva essere costruita soltanto sulla forza militare e sulla competizione tra Stati. Tentò di creare un sistema internazionale fondato sulla cooperazione e su regole condivise. Quel progetto fallì in gran parte perché gli Stati Uniti, in seguito alla debilitante malattia di Wilson, videro prevalere l’ala isolazionista del Congresso e perché il Trattato di Versailles impose alla Germania condizioni che alimentarono rancori e desiderio di rivincita.
Dopo la Seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti trassero una lezione fondamentale da quell’esperienza. Invece di umiliare gli sconfitti, decisero di ricostruirli. Invece di imporre un sistema imperiale tradizionale, costruirono una rete di alleanze e istituzioni internazionali. Nacquero il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale, il sistema commerciale internazionale che avrebbe poi portato al WTO e soprattutto la NATO.
Il simbolo più evidente di questa strategia fu il Piano Marshall. Gli Stati Uniti investirono enormi risorse per ricostruire l’Europa, comprese nazioni che fino a pochi mesi prima erano state nemiche. Non si trattava di altruismo: Washington perseguiva i propri interessi nazionali, ma aveva compreso una verità fondamentale. Una rete di alleati prosperi, democratici e stabili rendeva più forte anche l’America. Era una logica win-win.
Questa è stata la vera forza dell’Occidente per decenni. Non soltanto la superiorità militare o economica. La capacità di creare un sistema in cui decine di Paesi avevano convenienza a collaborare perché tutti ottenevano benefici. Il commercio internazionale cresceva, le economie si integravano, i conflitti tra grandi democrazie diventavano sempre più improbabili.
Il problema di Trump non riguarda soltanto alcuni aspetti della sua personalità, che pure sono stati ampiamente discussi. Riguarda il modo stesso in cui interpreta il potere. Trump non vede le relazioni internazionali come una rete di interessi condivisi. Le vede come una successione di trattative individuali nelle quali qualcuno vince e qualcun altro perde. Non ragiona in termini di alleanze permanenti ma di rapporti di forza contingenti.
È qui che emerge la contraddizione del sovranismo contemporaneo.
I leader sovranisti amano presentarsi come membri di una grande famiglia internazionale. Si sostengono a vicenda, partecipano agli stessi eventi, si scambiano elogi reciproci e parlano di una comune battaglia culturale.
Ma esiste un problema strutturale: se ciascuno afferma che il proprio Paese viene prima di tutto, cosa accade quando gli interessi nazionali divergono? Che cosa succede quando ogni leader rivendica il diritto di perseguire esclusivamente il proprio interesse nazionale?
Perché il nazionalismo non crea meccanismi stabili per gestire i conflitti di interesse. Non crea istituzioni comuni abbastanza forti da mediare le divergenze. Non costruisce regole condivise. Produce coalizioni temporanee che durano finché la convenienza coincide e si dissolvono quando questa viene meno.
Da questo punto di vista il caso Meloni-Trump assume un significato che va ben oltre la cronaca quotidiana.
Per anni Giorgia Meloni ha cercato di costruire un rapporto privilegiato con Donald Trump. L’obiettivo era presentarsi come l’interlocutrice europea più vicina alla Casa Bianca. Sembrava una scelta politicamente redditizia. Ma conteneva un rischio enorme: legare una parte significativa della politica estera italiana a un rapporto personale anziché a un quadro istituzionale.
Quando sono emerse divergenze concrete sulla guerra contro l’Iran e sul ruolo dell’Italia all’interno dell’alleanza occidentale, il rapporto si è incrinato rapidamente. Dal punto di vista di Trump, il progressivo raffreddamento dei rapporti non nasce soltanto dal mancato appoggio sulla questione iraniana. Ha interpretato come segnali di scarsa lealtà anche le prese di distanza di Meloni su altri dossier, dalle sue dichiarazioni contro Papa Leone XIV alle forti critiche sulle sue posizioni riguardo alla Groenlandia.
Ma è proprio qui che emerge la differenza tra la concezione trumpiana delle alleanze e quella che ha caratterizzato l’Occidente dal dopoguerra. In un sistema di alleanze tra democrazie, gli alleati possono avere interessi diversi e persino divergenze profonde senza per questo diventare avversari. Nella visione di Trump, invece, il dissenso tende a trasformarsi rapidamente in una questione di fedeltà personale.
Da qui nascono le dichiarazioni offensive, le accuse di aver implorato una fotografia e i commenti pubblici che sembrano più finalizzati all’umiliazione personale che alla tutela di un interesse strategico americano.
C’è infine un ultimo aspetto che raramente viene sottolineato.
I movimenti sovranisti si presentano come una novità. In realtà rappresentano soprattutto un ritorno al passato. Prima del 1945 la politica internazionale era dominata da Stati che perseguivano esclusivamente il proprio interesse nazionale, da alleanze temporanee e da rivalità permanenti.
Per secoli l’Europa ha funzionato in questo modo. E il risultato non è stato un periodo di pace. È stato un susseguirsi quasi continuo di guerre, crisi diplomatiche, corsa agli armamenti e conflitti tra grandi potenze. Le due guerre mondiali non sono nate dalla cooperazione internazionale. Sono nate proprio dall’estrema competizione tra nazionalismi che consideravano il successo di una nazione incompatibile con quello delle altre.
La grande innovazione del secondo dopoguerra fu il tentativo di superare questa logica. Non eliminare gli Stati nazionali, ma convincerli che la cooperazione potesse produrre risultati migliori della competizione permanente. L’integrazione europea, la NATO, il libero commercio e le istituzioni internazionali non furono create perché gli uomini fossero diventati improvvisamente più altruisti. Furono create perché la storia aveva dimostrato il costo devastante del nazionalismo competitivo.
Da questo punto di vista il sovranismo contemporaneo appare meno come una rivoluzione e più come una restaurazione. È il tentativo di riportare la politica internazionale verso un modello che ha dominato il mondo per secoli e che ha prodotto alcuni dei conflitti più sanguinosi della storia umana.
La rottura tra Meloni e Trump non è soltanto una disputa personale. È la dimostrazione concreta dei limiti di una visione politica che pretende di costruire alleanze internazionali sulla base del nazionalismo. E la storia degli ultimi ottant’anni suggerisce che, quando si tratta di creare prosperità, stabilità e influenza globale, il multilateralismo resta enormemente più efficace delle amicizie personali tra leader.
Mark Pisoni Facebook gruppo Prima Pagina Radio3: 20/6/26
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