Di là e di qua dall’Atlantico il potere sta cambiando configurazione: è ormai un tecno-potere basato sulla sorveglianza e in grado di individuarci, profilarci e controllarci uno/a per uno/a. In questo scenario da incubo i “blocchi neri”, residuo di un mondo che non c’è più, non servono a niente. Quello che ci serve sono pratiche di sottrazione dai dispositivi del controllo…
Dal genocidio in Palestina alle strade di Minneapolis, fino ai fatti di Torino, il potere sta cambiando pelle. Non è più solo repressione visibile: è un tecno-potere fondato su sorveglianza, profilazione, calcolo predittivo. Un potere che individua, classifica e colpisce uno per uno, trasformando scenari di “pace” in forme di guerra civile latente.
In questo nuovo assetto, avverte Ida Dominijanni, le vecchie scene della violenza politica si ripetono come un rituale stanco, mentre la vera posta in gioco si sposta altrove: nei dispositivi digitali, nelle banche dati, nelle tecnologie importate dai laboratori di guerra e normalizzate nello spazio urbano. Gaza non è lontana: è un anticipo. Minneapolis è un laboratorio. L’Europa rischia di essere la prossima.
Di fronte a un potere che ha già cambiato configurazione, non servono più gesti simbolici né miti del passato. Servono pratiche di sottrazione, forme di resistenza capaci di eludere, depistare, disattivare la sorveglianza. È qui che si gioca oggi la democrazia, se ancora una parola ha senso.
