Il capitalismo non è la soluzione alla crisi climatica, ma la sua causa. Saito Kohei rilegge Marx per mostrare perché crescita, green economy e tecno-utopismo falliscono. Nell’Antropocene, o si cambia sistema o si va verso il collasso.
VEDI REPORT COMPLETO SU 42ROSSO
Il capitale nell’Antropocene di Saito Kohei è uno dei libri più discussi e controversi degli ultimi anni nel campo della critica dell’economia politica e dell’ecologia radicale. Non si tratta di un semplice testo ambientalista né di un aggiornamento “verde” del marxismo, ma di una tesi forte e coerente: il capitalismo è strutturalmente incompatibile con la sopravvivenza del pianeta e non può essere riformato in senso ecologico.
Saito parte dal concetto di Antropocene, che rilegge criticamente. Non è l’“umanità in quanto tale” ad aver prodotto la crisi climatica, bensì un preciso sistema storico: il capitalismo fossile, industriale e coloniale, fondato sulla crescita illimitata e sull’esternalizzazione dei costi ambientali e sociali. L’Antropocene è dunque l’epoca della crisi del capitalismo globale.
Un concetto centrale del libro è quello di “modello di vita imperiale”: le società capitalistiche avanzate mantengono il proprio benessere trasferendo altrove i danni ecologici, lo sfruttamento del lavoro e la distruzione degli ecosistemi. Attraverso le catene globali del valore, il sacrificio ambientale viene reso invisibile, soprattutto a danno del Sud globale. In questo senso, la crisi climatica è inseparabile dalle disuguaglianze sociali e geopolitiche.
Saito rivolge una critica severa alle soluzioni oggi dominanti nel dibattito pubblico: Green New Deal, crescita verde, sviluppo sostenibile, tecnosoluzionismo. Analizzando dati empirici e limiti biofisici del pianeta, mostra come non esista un reale “disaccoppiamento” tra crescita economica ed emissioni. L’efficienza tecnologica, lungi dal risolvere il problema, produce spesso un aumento complessivo dei consumi (paradosso di Jevons). Il keynesismo verde appare così come una strategia di rinvio, incapace di affrontare le cause strutturali della crisi.
Da qui la centralità della decrescita, intesa non come scelta individuale o impoverimento forzato, ma come progetto politico collettivo. Saito è netto: non può esistere una decrescita all’interno del capitalismo. Un sistema basato sulla valorizzazione infinita del capitale non può accettare limiti materiali. Spostare il focus dal PIL al benessere sociale richiede una trasformazione radicale dei rapporti di produzione.
Il cuore teorico del libro è la rilettura del tardo Marx. Attraverso manoscritti, lettere e studi agrari, Saito mostra come Marx abbia progressivamente abbandonato il produttivismo e l’eurocentrismo, elaborando la teoria della frattura metabolica tra società e natura. Il capitalismo distrugge il metabolismo naturale perché subordina tutto al valore di scambio, sacrificando il valore d’uso e le condizioni materiali della vita. Da qui l’idea di un comunismo ecologico, fondato su sostenibilità ed eguaglianza.
Un ruolo centrale è attribuito ai beni comuni (commons). Contro la retorica della “tragedia dei commons”, Saito sostiene che la vera tragedia è la mercificazione universale. La gestione collettiva delle risorse, le cooperative, il municipalismo e le forme di democrazia partecipativa diventano elementi chiave di una nuova razionalità economica.
Sul piano politico, Saito esprime scetticismo verso il riformismo parlamentare e lo Stato come attore principale della transizione ecologica, vedendoli spesso subordinati alle esigenze del capitale. La trasformazione, sostiene, deve partire dal lavoro, dai territori e dalle pratiche di autogestione.Il capitale nell’Antropocene è dunque un manifesto teorico per la sinistra del XXI secolo. In un’Europa priva di reale sovranità economica ed energetica, il libro suona come una sfida radicale: senza rompere con la crescita e con il capitalismo, non esiste transizione ecologica possibile. L’alternativa è posta in termini netti: comunismo della decrescita o barbarie climatica.
