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L'ottimismo della volontà col pessimismo della ragione

Il senso di Marx per il reato /m.Lensi

La Redazione, 26 Dicembre 202523 Dicembre 2025

Qualche giorno fa ho partecipato a un dibattito sul rapporto tra carcere e città, e sull’evoluzione della legislazione penale degli ultimi anni. Una tendenza chiara: l’ampliamento dell’area della penalità come risposta all’ansia sociale sulla sicurezza, percepita o reale. È innegabile che, pur senza citarlo, avevo in mente la teoria del carattere produttivo del delitto di Marx. E pur non essendo né marxiano né marxista, ricordarla oggi mi sembra quasi un dovere.

Quello che spesso viene liquidato come “elogio del crimine” – o, più precisamente, come teoria del carattere produttivo del delitto – è una riflessione complessa e volutamente provocatoria di Karl Marx, sviluppata nelle Teorie del plusvalore, il famoso (e famigerato) quarto libro de Il Capitale. Marx non esalta affatto i ladri di galline: non fa apologia morale, ma analizza la funzione che il crimine assume nella macchina economica capitalistica. La tesi è semplice: il delitto, pur moralmente riprovevole, produce effetti economici e sociali concreti, spesso insospettati.

Il punto di partenza è quasi imbarazzante: il crimine genera lavoro. Crea, direttamente e indirettamente, interi settori produttivi. Ogni furto o rapina mette in moto un piccolo esercito di professionisti – poliziotti, giudici, avvocati, carcerieri – richiede carceri e tribunali, alimenta ministeri, discipline accademiche e innovazioni tecnologiche, dai sistemi di allarme alle telecamere. Perfino la moda, nota fonte di inquietudini, ne beneficia: Marx ironizza sul fatto che anche l’abito può evolvere per complicare la vita ai borseggiatori. Insomma, il delitto apre mercati.

Tutto ciò non è una celebrazione dell’illecito, ma una stilettata al cuore della società borghese. Marx riprende l’intuizione della Favola delle api di Bernard de Mandeville – la virtù privata che genera vizi pubblici e viceversa – e la rilegge con la teoria del valore. Dimostrare che il crimine è “produttivo” serve a esporre l’ipocrisia del capitalismo, che da un lato condanna il reo, dall’altro beneficia dei frutti economici della sua esistenza. La società borghese, insomma, ha bisogno del delitto più di quanto ammetta.

C’è poi un secondo livello: il delitto non è una fatalità individuale, ma un prodotto sociale. È figlio delle contraddizioni economiche che schiacciano l’operaio e gli lasciano come “libertà concreta” solo una manciata di scelte, spesso le peggiori. La devianza diventa così una risposta alla miseria, non un difetto spontaneo dell’anima.

E infine, Marx ricorda che ciò che chiamiamo “delitto” è una costruzione sociale. Le leggi penali non piovono dal cielo: sono scritte da chi detiene la proprietà e proteggono ciò che vale la pena proteggere secondo la classe dominante. Definire cosa sia punibile è un modo elegante per rivestire i propri interessi di universalità morale.

Ecco il paradosso: il crimine è condannato, temuto, moralizzato… e al tempo stesso perfettamente integrato nel metabolismo del sistema che pretende di combatterlo. Un piccolo tributo all’ordine costituito, suo malgrado

Massimo Lensi Facebook 1/12/2025

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