C’era una volta il mondo contadino … anni ’50 da Gino Benvenuti. Giorno per Giorno ed. Punto Rosso Milano 2018La Trebbiatura da pag.131 a pag.141
Mattina di San Giovanni, rumore assordante nell’aia, brulichio di contadini che lavorano con alacrità.
Ero rimasto a dormire con mia madre dagli zii perché il giorno dopo ci sarebbe stata la “battitura” del grano, come veniva chiamata la trebbiatura nella provincia di Firenze. Non avevo mai visto una cosa del genere e per questo chiesi di essere svegliato presto ma quando mi alzai, il lavoro era già iniziato e nell’aria si respirava l’odore del fieno. Fette bagnate con un po’ di vino e zucchero e uscii nell’aia. Mi si fece incontro la signora Iolanda, una donna bassa particolarmente obesa, dai capelli bianchi tirati indietro e raccolti sulla nuca con una forcina. Camminava quasi sempre in ciabatte. Era una conoscente contigua alla casa degli zii e quindi considerata di famiglia. Aveva seguito tutti i preparativi e mi descrisse, dopo avermi raccomandato di sedermi sullo scalino di casa, i particolari di quello che oggi può sembrare un arcaico rito, ma che sessant’anni fa decideva le sorti di moltissime famiglie e non poteva passare inosservato.
– Ho sentito in lontananza il battito di quel trattore e man mano che si avvicinava il rumore aumentava. Così forte come non mi era mai capitato. Qui ci siamo svegliati tutti molto presto però per una volta l’anno si può fare. Ci conosciamo tutti. Del resto, bisogna incominciare all’alba altrimenti non si finisce in tempo. Sono andata allora nella piazzetta e ho visto arrivare lentamente la carovana composta da quella macchina lì che è la trebbia, e un carro vuoto, quello là, che serve per trasportare i covoni-.
Proprio allora notai che tre uomini ammassavano i covoni e il carro vuoto, riprese la via del campo.
-Ho partecipato anch’io a preparare l’aia quando è stato spalmato lo sterco del cavallo.
-Perché?- domandai quasi disgustato interrompendola.
-Per rendere liscia l’aia. Durante la notte si è seccato. Vedi che non c’è una screpolatura?- insiste sorridendo- se ti fa schifo il bottino, devi pensare che viene usato come concime per quello che mangi- proseguì.
Parlava ad alta voce perché nell’aia, circondata da piccole abitazioni, il rumore veramente fragoroso rimbombava:
-È dall’alba che gran parte di quei covoni sono stati stivati ai bordi dell’aia e adesso li ingoia senza sosta per essere trebbiati- continuò avvicinandosi.
-Ho capito- risposi osservando diversi contadini che lavoravano con gran lena.
Movimenti precisi, gran sudore, di tanto in tanto un gotto d’acqua o di vino, tanta polvere e subito dopo testa bassa con grande lena e gesti rapidi. Qualcuno cantava. Lo zio che dirigeva il lavoro, mi ordinò di sedere lontano e di non avvicinarmi a quella che per me era solo una cassa di legno color rosso cupo appoggiata su un carro.
Mi indicò il punto dove due uomini alimentavano la macchina infilandovi i covoni mentre altri mettevano dei sacchi riempiti, su un carrello rudimentale e li portavano nella stalla.
-Quelli devono stare attenti perché il posto dell’imboccatore è pericoloso. Guarda, le vedi queste aperture? Da qui escono la paglia, la pula e il seme – mostrò raccogliendone un pugnello – che dopo si macina e si fa il pane- continuò sbraitando per vincere il battito convulso e monotono del trattore e il frastuono della trebbiatrice che vibrava incessantemente. -Quanto è lunga, zio?- gridai indicandola.
-Sette o otto metri… ce ne sono anche di più grandi-.
E quelle come si chiamano?- indicai senza alzarmi da sedere.
– Queste si chiamano pulegge e quelli nel mezzo, dove sono montate, si chiamano assi- spiegò lo zio che nel frattempo si era dissetato.
Vedere quattro ruote che girano con le cinghie che sembravano spezzarsi da un momento all’altro, all’inizio furono oggetto della mia curiosità, ma dopo mi procurarono fastidio. Era impossibile stare fermo senza poter parlare. Tutti avevano il loro daffare tranne che io e, rendendomi conto di essere di intralcio, salutai mia madre prima di andare nell’orto dietro casa. Di lì a poco la vidi arrivare a passo veloce insieme a Iolanda ed entrare nella gabbia del papero. Lo afferrò per il collo e montandogli sopra con i piedi, lo schiacciò verso terra. Iolanda sistemò una palina sopra il collo della povera bestia, allevata per l’occasione, e mia madre vi montò sopra. A quel punto il papero pur dibattendosi non poteva sfuggire. Un attimo: due o tre giri del collo ora in un senso e ora nell’altro, senza scrupoli, e l’animale dopo aver fibrillato, si spense esanime. In due, prima che si freddasse, lo spennarono. Rientrai con loro in casa e le vidi mentre facevano entrambe la spola tra i fornelli, il paiolo e la dispensa.
Il pranzo si prefigurava enorme.
Tre tipi di minestra diversa, arrosto di vitello e papero, diverse filze di uccellini uccisi il giorno prima, affettati e tanta frutta presa dal campo dietro casa. Colsi l’occasione di visitare la zia e parlare un poco con lei, ma anche questa mia premura ebbe breve durata. Non riuscivo a trovare requie. Per questo andai con un giornalino vicino alla cantina e all’ombra cominciai a leggere. Mia madre, affacciandosi alla finestra che dava sul retro, mi consigliò di non andare vicino agli alberi da frutto perché c’erano le api. A mezzogiorno l’aria diventò caldissima e il rumore ancor più penetrante. Una densa foschia dovuta al pulviscolo avvolgeva la “barca” e nell’aria, vicino al trattore, galleggiavano frammenti vegetali risucchiati dal movimento delle pulegge.
I pagliai crescevano come i sacchi immagazzinati nella stalla, e la sete dei contadini. Per questo lo zio passò con il fiasco tenuto nella ghiacciaina per dissetarli. Stessa sete, stesso bicchiere. Quando li vidi con i loro fazzoletti al collo madidi di sudore e i loro volti arsi e impolverati tracannare il vino, domandai a mia madre se bere vino a quell’ora li poteva far ubriacare.
-Ma che dici! Hanno bisogno di una scossa. Tra poco saranno ubriachi ma di stanchezza-.
Mio zio informò la moglie che prima delle tre non si sarebbe finito e lei con un filo di voce gli rispose:
-Mangerò una mela.. .non ti preoccupare. Lo so che la “barca” non si può fermare-.
-Se vuoi mangiare si apparecchia due volte non ci sono problemi- propose.
-No, no. Ci voglio essere ed è bello vedere tutti insieme a tavola- rispose con un filo di voce
-Grazie-.
Io avevo fame e fui accontentato con un paio di pesche. Continuai a gironzolare nell’orto dietro casa tenendomi alla larga dalle tre arnie su cui volteggiavano senza sosta delle api. Vicino alle tre del pomeriggio la macchina venne spenta e di lì a poco anche il trattore smise di funzionare. Vidi le cinghie lentamente rallentare e vibrare. Finalmente!. Cominciarono ad arrivare gli uomini con i loro volti stanchi, sudici e sorridenti. Parlottavano e scherzavano tra loro e si rinfrescarono con la sistola collegata alla pompa dietro casa. Mia madre mi chiese il favore di portare loro degli asciugamani e un pezzo di sapone. -Vai a chiamare il marito della Iolanda- mi comandò lo zio e quando lo vide gli si fece incontro. Era un uomo dai capelli bianchi e voluminosi, enormi sopraccigli e un naso rubizzo.
Stava perennemente vestito in tuta e con un cappello da ciclista e in quell’occasione se lo levò per metterlo nella grande tasca a sacco del giubbotto.
Ci demmo da fare per sistemare il tavolone, calcolando lo spostamento del sole che picchiava veramente forte. Ci fu chi si offrì di darci una mano, ma mia madre ringraziando disse che si dovevano riposare. Lo zio tornò dalla stalla abbastanza contento perché aveva dato un’occhiata al raccolto, e sapeva quanto sarebbe spettato a lui e quanto al padrone essendo a mezzadria. Tornò con i cani e li legò con il guinzaglio all’ulivo. Briosi abbaiavano, scodinzolando freneticamente per far sapere che anch’essi partecipavano alla festa. Chi passava vicino a loro, doveva evitare di fare anche un piccolo complimento perché altrimenti subito si alzavano in piedi e cominciavano a leccare. Se ignorati abbaiavano sempre più rumorosamente. Impossibile ignorarli.
La tavola era pronta quando lo zio mi consigliò di lasciarli perdere. Mi strizzò l’occhio e richiamò l’attenzione di tutti. Dopo con una punta di commozione che mi sorprese iniziò a parlare:
– Prima di sedervi a tavola, perché ve lo meritate, bisogna portare a capotavola la padrona di casa-.
Fu subito obbedito alla lettera e mia zia fu sistemata con dei cuscini, che le permisero di appoggiare la schiena senza provare dolore. Per un attimo, quel chiacchierare festoso, si smorzò per dedicarle attenzione. La zia ringraziò e salutò tutti. Alcuni operai, in segno di rispetto, si tolsero il berretto e si misero in fila per stringerle la mano. Sommessamente chiese a tutti qualche notizia dei propri familiari.
Guardava con gli occhi velati e incassati in una cornice tetra, come da chi è consumato da una malattia. Dispensò sorrisi tenui che spiccavano sul volto segnato da vendine schiantate. Con voce flebile ringraziò scusandosi di non poter essere d’aiuto.
-È un piacere essere da voi, signora- rispose il più giovane.
-Per quello che posso fare, io l’ho detto a vostro marito…sono a vostra disposizione- aggiunse un altro.
-Lasciate fare, non importa- sussurrò- pensate a mangiare, avete lavorato-.
-Grazie moglie-.
-Accomodatevi comare Iolanda- disse un giovane porgendole una sedia.
-Vengo dopo perché prima voglio dare una mano a servire- precisò lei affiancandosi subito a mia madre, per finire di imbandire la tavola.
Prima di tornare in cucina si mosse verso la zia baciandola sulle gote. Questo bacio la fece sorridere.
Il mangiare cominciò a essere portato in tavola ma nessuno osò iniziare prima che lo zio desse il via con il canonico brindisi:
-A tutti voi, grazie; e ai nostri e ai vostri familiari un grande augurio- concluse con un tono di voce intenerito.
Tutti in piedi, bicchieri in alto e un applauso.
Lo zio si sede subito dopo aver trangugiato il bicchiere di vino. Fu il segnale atteso. La zia fu servita per prima.
Uno dei presenti si fece il segno della croce.
-O codesto che verso sarebbe?- domandò un contadino.
-L’ha imparato ieri sera-.
-Non è vero; va di nascosto a scuola dal prete- sghignazzò mio zio.
Brodo, crostini, sugo arrosto. Per un giorno il papero diventò protagonista di quella tavola perché il suo assaggio era obbligatorio.
Per la zia, che amava il brodo, fu fatto appositamente un piatto a parte. Mangiava con lentezza e prima che terminasse la scodella di brodo, notai un rigo di grasso sul bordo. La comitiva si vivacizzò: pettegolezzi, portate abbondanti e barzellette, alcune delle quali oscene. Di tanto in tanto la zia scuoteva la testa.
-C’è il bambino, non le dite queste cose- ammonì bonariamente con un cenno del capo.
-È un ragazzo vispo, vero Nini?- scherzò lo zio.
Avvampai e si notò ma in cuor mio, pensai di raccontarle ai miei amici. La zia fu riportata in camera, salutata da tutti gli uomini che si alzarono in piedi. Esaurito il suo congedo, chiese a mia madre di restare con lei in camera. Contai ventuno persone intorno alla tavolo. Il pranzo proseguì con allegria. Era un discorrere gioviale, sulle cose quotidiane e anche la maniera di esporre era genuina. Gli unici doppi sensi riguardavano questioni di corna che qua e là affioravano. Ci fu un attimo di ‘gloria ” anche per mia madre quando fu oggetto di applausi e complimenti per il pranzo ed io rimasi molto soddisfatto nel sentirli. Instancabile, si muoveva rapida e a chi le diceva di sedersi e mangiare rispondeva “che a stare intorno ai fornelli si mangia lo stesso”. Immancabile la discussione tra chi era tifoso di Bartali e chi di Coppi. Fu un tasto dolente che fece scoppiare una discussione e lo zio rinfacciò a un commensale di avergli portato un tardo pomeriggio, come beffa, la locandina de La Nazione che riportava a caratteri cubitali la vittoria di Coppi nella tappa del Bondone e la conquista della maglia rosa ai danni di Koblet. Non mancarono accenni alla politica quando la discussione scivolò sui licenziamenti politici che avevano colpito parenti dei presenti e anche alcuni conoscenti. Accalorati, sazi, soddisfatti e stanchi, alcuni dei contadini si alzarono. Il caldo e l’afa non accennavano a diminuire. Qualcuno si appisolò. Il tavolone venne ripulito e mia madre si ritrovò una montagna di stoviglie da lavare mentre Iolanda si offrì di asciugarle. Le mosche numerose ronzavano incessantemente posandosi da tutte le parti.
Venne fatta la cernita degli avanzi che erano veramente tanti e in un fagotto venne messa la carne che era destinata ai cani, mentre nei due secchi finirono bucce, verdura e pezzi di pane. Mi offrii di portarli allo stalletto dei maiali. Lì, per mia incapacità, mi trattenni più del dovuto davanti alla porcilaia con lo sportello aperto e il secchio in mano. Una scrofa minacciosa mi si fece incontro e io, impaurito, lasciai cadere il secchio e mi detti alla fuga. Subito un contadino che stazionava casualmente nei pressi, afferrò una canna e colpendo il suino con la punta, lo fece rientrare nel suo stabbiolo.
I cani, una volta liberati dal guinzaglio, si gettarono sul loro pasto e per un po’ di tempo udimmo un digrignare insieme al crepitio di ossa infrante. Cominciarono i primi congedi dalla comitiva di chi aveva altri impegni, dopo aver salutato ancora la zia e i presenti. Lo zio puntualmente s’informava quando loro avrebbero avuto la “battitura”, per provvedere allo scambio di “opra” come usava dalle nostre parti. A tutti chiese se erano rimasti soddisfatti e separatamente pensò di dare quanto pattuito.
Una volta ripulita la cucina, alcuni degli uomini che erano rimasti, vi si sederono intorno al tavolo per una partita a carte mentre le donne si concessero un attimo di pausa sedute sotto pergolato. Vidi fumare mia madre una cosa rara per le donne in quel periodo e sicuramente disdicevole, nell’immaginario collettivo, ma lei non se ne preoccupava. Ormai si percepiva nei gesti la rilassatezza e la soddisfazione dopo uno sforzo prolungato. Anche per me giunse inesorabile una sonnolenza e salutati i presenti andai a letto. Forse dormii un’oretta e quando mi svegliai molti contadini era andati via. Per gente che se ne andava via, altra ne arrivava.
Tutti domandavano com’era andata la “battitura” e chiedevano notizie della zia. Le donne fecero gruppo e anche mia madre si sedette un attimo con loro. Le sentii commentare dei pettegolezzi che si erano concretizzati nelle loro divagazioni. L’oggetto della chiacchierata era una persona che abitava vicino di cui non erano convinte che avesse partorito, come diceva, di sette mesi. Conti alla mano alcune malignità fecero intendere che lei era già incinta il giorno del matrimonio e lo scalpore consisteva nel fatto che si era vestita per quel giorno, di bianco. C’era anche chi giurava come la giovane si fosse messa il busto per nascondere nei primi mesi la propria gravidanza e altre che aveva ingannato il prete. Alla mia domanda per sapere chi fosse, mia madre mi rispose bruscamente:
-Ciaccino; pensa ai fatti tuoi!-.
Capii di aver sbagliato e mi misi a veder giocare a carte.
Arrivò anche il prete. Appoggiò la bicicletta, senza chiuderla, alla porta della stalla e con discrezione comparve sulla soglia:
-Posso entrare?- chiese scuotendosi la polvere sulla larga tonaca.
-Ohhh, signor priore, venga, venga! – disse lo zio alzandosi per prendergli la sedia.
Lo invitò a bere ma lui chiarì che era astemio.
-Come astemio? e il vin santo della Messa? Non sarà mica camomilla? – scherzò mescendogli del vino in un bicchiere invano trattenuto da un gesto del prete che sorseggiò appena. Chiese di poter far visita alla zia e fu accontentato.
Quando rientrò in cucina, lo zio gli chiese:
-Padre, resta con noi a mangiare?-.
-Vi ringrazio ma ho da fare in parrocchia-.
-Non faccia complimenti perché ci fa piacere. Qui da noi si mangia tutti perché siamo abituati a dividere quello che abbiamo –
-Ho capito dove vuole arrivare signor Emilio.. .ehhh; birichino- arguì il prete con un sorriso.
-Glielo ridico rimanga con noi…non vorrei che si pensasse che qualcuno è andato via a pancia vuota da casa mia-.
-No; lo so, lo so.. .lei è generoso!-.
-Allora se non può rimanere gli faccio preparare qualcosa. Bruna preparagli del coniglio e delle patate fritte e delle frutta fresca.. .va bene così?-.
-Grazie, non si doveva disturbare-.
Mia madre e la signora Iolanda si rimisero in moto.
Dopo un quarto d’ora il prete, salutati i presenti, chiese di appartarsi un attimo con lo zio. Parlarono un poco sull’aia e, dopo aver messo la borsa al manubrio, riprese il cammino per rientrare in parrocchia.
Ormai eravamo tutti in attesa della cena, ma senza particolare desiderio.
-Che fate, apparecchiate di nuovo?- chiese un giovane.
-Nessuno deve mangiare i resti degli altri; oggi è il nostro giorno e siamo uguali-.
-Bravo Emilio! – esclamò un giovane dai capelli rossi.
-Oddio, te con codesti capelli, non sei uguale a noi, ma va bene lo stesso-.
-Per forza l’è un corno!-.
Questa battuta ironica non venne recepita bene; comunque l’imbarazzo durò un attimo.
Venne apparecchiata la tavola in cucina sufficiente per una decina di persone. Ancora una mezz’oretta e il mangiare fu servito. Questa volta fu messo tutto sul tavolo e anche mia madre si sede. Al termine, invece di rigovernare, lei andò da mia zia e l’aiutò a deglutire un po’ di brodo e della frutta cotta. Gli ultimi saluti e dopo la casa si vuotò.
Io mi incamminai verso il bagno e gettai un’occhiata nella stanza adibita per la caccia. Vidi lo zio che si asciugava una lacrima. Estrasse un fazzoletto e dopo essersi soffiato a lungo il naso, si strofinò gli occhi. Mi mossi verso di lui che accortosi di essere stato visto, mi rimproverò dicendo “non devi entrare qui”. Chiuse la porta e ci rimasi male. L’indomani nel primo mattino, insieme a mia madre, mi congedai dalla casa dello zio e quando vi ritornai fu per la sua morte, otto anni dopo, perché “falciato” da un auto alle Due Strade quando stava pedalando. Contadino, sensale, mezzadro era stato testimone di un mondo che si avviava al tramonto e io, inserito in una città e in una fabbrica, cominciavo a sentirlo lontano. In un’Italia che cambiava, mutò anche quel piccolo lembo di terra, così armonico con il suo paesaggio rurale ai limiti della città. Quando ci passai a piedi, un pomeriggio insieme a una mia amica, per arrivare al Forte Belvedere, lo trovai irriconoscibile. Le case dei contadini e gli edifici rurali con i relativi annessi erano diventati oggetti finemente ristrutturati. Il vecchio forno dove ognuno poteva farsi il pane, come l’ulivo sull’angolo della stradina dove a volte mi sedevo, non c’era più, come quel mondo irripetibile. Al di là del fatto che mi avesse coinvolto piacevolmente nei pochi momenti che ne avevo fatto parte, tornai indietro senza nostalgia e senza chiedere notizie di quelli che furono i miei occasionali compagni di giochi. Non avrebbe avuto senso .
C’era una volta il mondo contadino … anni ’50 da Gino Benvenuti. Giorno per Giorno ed. Punto Rosso Milano 2018La Trebbiatura da pag.131 a pag.141
