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L'ottimismo della volontà col pessimismo della ragione

Le larghe visioni del Campo Largo /glb

La Redazione, 12 Aprile 202612 Aprile 2026

In sintesi
Lo Scaramelli, consigliere regionale toscano del PD (Italia Viva Renzi, DC) doveva entrare in Giunta ma non ce l’hanno messo. Allora gli danno per consolazione la presidenza dell’istituto del Garante per l’infanzia e l’adolescenza ma le associazioni protestano perché non lo ritengono adatto al loro mondo. Lo Scaramelli allora svela, con puerile candore, il patto infame adducendo pro domo sua che i patti vanno servati, e lui nipote di un sensale (che, temporibus illis, soprintendeva nei mercati ai contratti sugellando la vigorosa stretta di mano tra villici come atto notarile formalmente compiuto) non ha alcuna intenzione di venir meno alle tradizioni di famiglia e sostiene: il patto è fatto, c’è stato anche lo sputacchio.

Il buon Camarlinghi gli ricorda che la politica non è un mercato delle vacche, o dei maiali. Chissà chi aveva ragione.


Il commento è bassato sui due pezzi apparsi su il Corriere fiorentino. del 12-4-26.

Giulio Gori Jacopo Storni
Le associazioni: fermare la nomina di Scaramelli. E lui in tv: «Una promessa per me è debito»
Appello in arrivo per fermare la nomina dell’esponente di Italia viva Garante dei minori, l’alt delle associazioni Gli imbarazzi nel Pd

Franco Camarlinghi
LA POLITICA SENZA PUDORE


Il commento

C’è un punto oltre il quale la politica smette di essere politica e torna a essere ciò che era prima della Repubblica: un mercato. Non quello delle idee, ma quello dei maiali. E non è un caso che sia proprio Stefano Scaramelli a ricordarcelo, con una sincerità che rasenta l’autodenuncia.

La vicenda è nota: la Commissione affari istituzionali della Regione Toscana indica Scaramelli come prossimo Garante per l’infanzia e l’adolescenza. Le associazioni che si occupano di minori insorgono: chiedono di «fermar(si)» e ricordano che la scelta deve basarsi sulle competenze, non sulle compensazioni.
Nel frattempo, l’interessato va in tv e dichiara:

«Per me una promessa è un debito».

Ecco il punto: per lui la nomina non è una scelta istituzionale, ma il saldo di un conto. Una cambiale politica. Un “ti ho dato, ora mi dai”.
Il tutto accompagnato da un’altra perla:

«La mia firma ha un valore e un peso talmente forte che prima o poi chi di dovere dovrà riconoscere la valenza di quell’impegno».

Traduzione: senza di me, Casa Riformista non esisteva. Ora pagatemi.

Il sensale come modello politico

Per giustificare la pretesa, Scaramelli evoca il nonno sensale, quello che “vendeva i maiali” e suggellava gli accordi con una stretta di mano.
È un’immagine potente, certo. Ma soprattutto è un lapsus rivelatore: se il tuo modello politico è il mercato suinicolo, non stupisce che tu consideri la presidenza del Garante dei minori come un maiale ben ingrassato da ritirare a fine stagione.

Il problema è che qui non si tratta di bestiame, ma di diritti.
Non di fiere, ma di infanzia.
Non di sensali, ma di istituzioni.

Il pudore smarrito

Il Corriere Fiorentino, con l’editoriale di Franco Camarlinghi, lo dice senza giri di parole:

«Nel retrobottega delle trattative elettorali si confezionano accordi su programmi di cui nessuno sa più di tanto e su posizioni personali di cui invece si conosce tutto».

È la fotografia di una politica che predica rinnovamento e pratica restaurazione.
Che parla di trasparenza e vive di retrobottega.
Che promette competenza e distribuisce consolazioni.

E mentre il Pd dell’era Schlein annuncia il “nuovo che avanza”, la realtà mostra un vecchio che non se n’è mai andato: un sistema che si autoalimenta, si autoprotegge e si autoassolve.

La domanda che resta

La questione non è Scaramelli.
La questione è ciò che la sua vicenda rivela: un’idea di politica come scambio, come debito, come mercato.
Un’idea che non ha nulla a che fare con la tutela dei minori, con l’etica pubblica, con la responsabilità istituzionale.

E allora la domanda finale non riguarda solo una nomina, né un singolo protagonista. Riguarda l’intero immaginario del cosiddetto “campo largo”, che a parole promette modernità, trasparenza, competenze, e nei fatti continua a inciampare in logiche da retrobottega.
Perché se ogni volta che si apre una partita istituzionale rispunta fuori un sensale, un debito da saldare, una stretta di mano che vale più di un curriculum, allora il problema non è il singolo scambio: è l’ecosistema che lo rende possibile.

E viene da chiedersi, senza troppi giri di parole:

ma il campo largo ha davvero bisogno di stalle e porcili, o vuole finalmente diventare un luogo politico degno di questo nome?

Gian Luigi Betti 12-4-26

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