Una riflessione sul film “La zona d’interesse” di Jonathan Glozer, 2023
Alcune sere fa ho visto il film “La zona d’interesse” trasmesso da RAI 3. Nella copiosa serie dei film dedicati alla shoah, questo si distingue perché cambia il punto di osservazione ponendo al centro della vicenda narrata non le vittime, ma i carnefici. Il regista J. Glozer ritrae una famiglia tedesca composta dal padre – un alto ufficiale nazista – la madre e cinque figli in età minore. Essi abitano in una spaziosa e ridente villetta a due passi dal campo di concentramento di Auschwitz dove il capofamiglia presta il suo servizio in qualità di responsabile della “soluzione finale”, il genocidio degli ebrei tramite cremazione. Le due realtà – quella dell’inferno del lager e quella del “paradiso” della famiglia felice – non si contaminano minimamente nonostante siano separate da una rete metallica nemmeno troppo alta. Pochi metri le separano eppure si ignorano. Nessuna delle due realtà entra in contatto con l’altra. Il fumo che sale dai forni crematori e che avvolge in un’unica nuvola oscura il campo e la casa è un fenomeno del tutto “normale.” Le grida disperate dei prigionieri, i cupi rumori, le immagini del campo visibili dalle finestre non distolgono i membri della famiglia dal rituale della quotidianità che scandisce il “normale” scorrere del tempo; non turbano il loro sonno: sono solo un sottofondo, sentiti, non ascoltati. Tutto rientra nella “norma.” Aldilà della rete c’è il luogo dove il capofamiglia lavora per assicurare ai suoi cari il benessere di cui godono e questo è tutto. Più che di “banalità del male” si tratta dell’assenza della coscienza del male. Semplicemente, tutto ciò che è necessario al mantenimento del loro ménage va fatto; tutto ciò che è, deve essere, senza soluzione di continuità e non deve destare problemi. L’utilità, elevata a priorità assoluta, unita all’efficienza in nome della supremazia della razza ariana è il loro credo e questo giustifica qualunque decisione che miri a liberare il mondo da esseri che, in quanto non ariani, non possono essere considerati umani e quindi, nemmeno loro simili. Il problema da risolvere non poteva che essere di natura pratica: riuscire a trovare un sistema il più efficiente possibile per lo“smaltimento dei rifiuti umani.” Da qui l’inconcepibile freddezza professionale, lo zelo maniacale degli operatori addetti alla realizzazione del progetto di sterminio. Lavorano ad un piano industriale, non ad un genocidio! Gli animali riconoscono i propri simili anche se li uccidono per sopravvivere; gli esseri umani riescono a rimuovere questa comune appartenenza alla specie umana con i loro simili quando è in gioco la sete delirante di potere. Solo gli esseri umani riescono a non riconoscersi negli occhi dell’altro. Il focus puntato sui carnefici anziché sulle vittime, se da un lato riduce in parte l’impatto emotivo, dall’altro suscita un senso di gelido terrore che ognuno di noi prova al cospetto di “mostri” ai quali non vorremmo mai assomigliare, ma nella cui “normalità” un po’ ci riconosciamo. In una situazione tanto particolare cosa saremmo disposti a cedere della nostra umanità in cambio di una “normale” vita borghese allietata dal giardino fiorito, dalla piscina, da una natura bella e rigogliosa da esplorare in amene passeggiate? L’idea che, a seconda delle circostanze, potremmo diventare qualsiasi cosa, sgomenta e ci porta a riflettere sul momento che stiamo attraversando. Si rischia davvero di assuefarci agli stravolgimenti più truci, ad assistere passivi alla caduta dei baluardi che, pur tra mille contraddizioni e cedimenti, hanno garantito un ordine mondiale nel quale era possibile riconoscere alcune linee guida democratiche date come definitivamente acquisite. Il disordine mostruoso che si protrae indefinitamente rischia di diventare il nuovo “ordine,” la nuova ”normalità” alla quale bene o male ci si adatta, facendo buon viso a cattiva sorte e gli scongiuri per evitare il peggio. Rischiano di diventare “normali” la guerra in Ucraina, la strage di Gaza, l’uccisione delle donne iraniane, l’uccisione di civili per mano dell’ICE a Minneapolis, la deportazione dei migranti, la violazione del diritto internazionale, il rapimento di un capo di Stato per mano del Presidente degli Stati Uniti, l’appropriazione con qualunque mezzo di uno stato indipendente – la Groenlandia – le liste di proscrizione dei docenti di sinistra, e le relazioni diplomatiche fra stati all’insegna di minacce, ricatti, offese, delegittimazioni … Questo e molto altro rischia, a lungo andare, di essere percepito come “normale” una normalità con la quale si deve imparare a convivere. Non ci troveremo prima o poi anche noi a scambiare per “paradiso” l’inferno come ci mostra il film di Glozer dove una famiglia bella, bionda e felice vive a due passi dell’inferno e ne fa talmente parte che crede di essere in paradiso? La perdita della memoria storica, l’assuefazione, l’indifferenza sono una reale minaccia mondiale. Il sonno della ragione procede a grandi passi; non ci dobbiamo addormentare perché se “la bella dorme, la bestia non dorme mai!”
Anna Maria Guideri 31-01-2026
