La revoca della sala teatrale destinata all’evento “Democrazia in tempo di guerra” di Torino, nonostante un contratto già firmato, solleva questioni che non possono essere ignorate.
Parliamo di uno spazio privato, certo, ma il punto non è solo giuridico: è politico e culturale.
La motivazione ufficiale appare quanto meno discutibile.
La cultura, la ricerca e il dibattito pubblico sono per loro natura attività politiche nel senso più alto del termine.
Mi preoccupa ancora di più che gli organizzatori parlino di pressioni esterne.
Se fossero confermate, ci troveremmo davanti a un fatto di estrema gravità.
In ogni caso non posso non esprimere forte preoccupazione per un clima che sembra mirare a scoraggiare chi esprime un pensiero critico o non allineato su temi come guerra, politica estera, Nato, Russia e Ucraina.
È esattamente ciò che denunciamo da mesi nel Parlamento Europeo.
Stiamo assistendo sempre più spesso al rischio che il contrasto alla disinformazione venga usato per isolare voci indipendenti, studiosi, giornalisti e persino parlamentari che pongono domande scomode.
C’è bisogno di fare chiarezza e difendere la libertà di pensiero. È mia intenzione portare il caso in Commissione Scudo per la Democrazia e presentare un’interrogazione alla commissione perché non è tollerabile che sotto la minaccia di un presunto nemico alle porte e di una guerra che qui nessuno vuole, si mettano a tacere le voci dissidenti e libere.
In gioco ci sono gli stessi principi sui quali dovrebbe fondarsi l’Unione Europea, episodi come questo non fanno che minarne la credibilità.
La mia solidarietà agli organizzatori che hanno comunque deciso di tenere l’evento in un luogo diverso, oggi la ricerca della verità e il confronto tra idee differenti sono le uniche strade per sconfiggere l’oscurantismo e il bellicismo.
Danilo Dalla Valle Facebook 5-12-25
