Houellebecq, Michel
Sottomissione / Michel Houellebecq. – Milano : Mondolibri, 2015. – 252 p. ; 22 cm. – Traduzione di Vincenzo Vega.
Michel Houellebecq, Sottomissione (Il Mulino, 2015)
L’io narrante del romanzo è François, un accademico francese specializzato in Joris-Karl Huysmans, figura cardine del decadentismo ma a me, lo ammetto, fino a oggi perfettamente sconosciuta. Una rapida incursione su Wikipedia mi rivela che Huysmans fu compagno di strada di giganti come Flaubert e Maupassant, per poi evolversi—attraverso il naturalismo di Zola—verso l’estetismo di Wilde e D’Annunzio. Un percorso intellettuale labirintico, segnato da conversioni radicali: dal satanismo (Là-bas) al cattolicesimo, fino a un’ossessione tardiva per l’arte sacra. Un eclettico, insomma, forse un genio. Peccato che la mia ignoranza mi abbia precluso un incontro giovanile con lui; oggi, temo, sarebbe un rendez-vous mancato senza troppi rimpianti.
Houellebecq, però, non sceglie Huysmans a caso. Lo usa come specchio per riflettere il proprio disagio di intellettuale contemporaneo: un chierico senza dio, costretto a nobilitare le proprie giravolte ideologiche sotto il vessillo della “libertà dell’intelligenza”. Sottomissione è un esperimento distopico: immagina una Francia governata da musulmani moderati, dove la Sorbona diventa un avamposto di moralismo coranico e i professori, convertiti, godono di stipendi dorati e harem accademici. L’Occidente, secondo Houellebecq, ha perso perché rinuncia alle sue radici identitarie; l’Islam vince perché, al contrario, è coerente. Tesi provocatoria, ma svilita da una narrazione fiacca.
Il romanzo vacilla tra pamphlet e appunti disordinati. I tentativi di realismo—come le scene di sesso descritte con glaciale ineptitudine—cadono nel ridicolo, mentre il machiavellismo del presidente Ben Abbes sembra uscito da un fumetto, non da un thriller politico. Persino le idee interessanti, come le strategie di manipolazione mediatica, affogano in una prosa grigia. Eppure, il vero fallimento è altrove: Houellebecq critica il relativismo occidentale, ma il suo alter ego François si converte all’Islam non per fede, ma per carrierismo. Dove sta, qui, l’orgoglio identitario?
Il parallelo con Huysmans è rivelatore: come lui, Houellebecq incarna il gallismo stereotipato—ateo ma nostalgico, snob e blasé, sempre in cerca di un rifugio dalle proprie contraddizioni. E come la Francia odierna, che da De Gaulle al “pensiero debole” ha smarrito il suo ruolo egemonico, l’autore sembra arrendersi a un provincialismo intellettuale.
Leggere Sottomissione è stato un esercizio utile: mi ha confermato che il “pensiero identitario” (salvo equívoci: Salvini non c’entra) spesso nasconde solo paura e incoerenza. Ma, ahimè, poco più.
Gian Luigi Betti
