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L'ottimismo della volontà col pessimismo della ragione

LA SANTA COMUNICAZIONE di a.m.Guideri

La Redazione, 4 Settembre 20255 Settembre 2025


e il contatto – post – umano

Non si è mai tanto rimpianto la comunicazione perduta come da quando si fa di tutto per perderla. Più ci si aliena da noi stessi e dagli altri usando senza criterio la tecnologia digitale, più si piange sul latte versato addebitandone tutte le colpe agli oggetti diabolici anziché ai soggetti ignari o inadeguati o malintenzionati. L’uso compulsivo della tecnologia digitale è una dipendenza e come tale provoca degli effetti spiacevoli che si riscontrano in varie altre dipendenze che, in quanto tali, privano la persona che ne fa uso, della capacità di controllo. Con una differenza non banale rispetto ad altri tipi di dipendenze pericolose, ma meno diffuse: quella di mettere in gioco la specie umana così come l’abbiamo conosciuta fino ad oggi. Si tratta di rischiare la sopravvivenza della nostra identità che vogliamo – vorremmo – preservare a tutti i costi, almeno a parole. Che da molto tempo la qualità delle relazioni umane si sia impoverita per una serie di concause che possiamo ricondurre in gran parte alla crisi valoriale del capitalismo selvaggio, artefice di una progressiva disumanizzazione e mercificazione dell’essere umano, è cosa nota. La tecnologia digitale ha impresso un’accelerazione a questo declino tale da non farlo passare inosservato, almeno tra gli osservatori più attenti, ma come si suol dire, al punto in cui siamo arrivati, i buoi sono già scappati dalla stalla e sarà difficile rimettere indietro le lancette dell’orologio. Di fatto vien da chiedersi: che cosa si rimpiange? Qual è in sostanza la qualità della comunicazione umana oggi? Siamo veramente interessati alla vita dei nostri simili? Siamo in grado di ascoltarli e di sintonizzarci con i problemi dell’altro? In questo diffuso rammarico per la perdita della nostra capacità di comunicare, quanto c’è di vero e quanto invece c’è di indotto dalla retorica e dalla rappresentazione idealizzata di un essere umano che da tempo non esiste più, ma che, non volendo ammetterlo, fingiamo che esista ancora? Se si considera che l’evoluzione umana non è andata di pari passo con quella tecnico-scientifica e che anzi, ha attraversato, nel corso dei secoli, battute d’arresto, e, come nella fase attuale, un evidente imbarbarimento, viene da pensare, provocatoriamente, che non sia il famigerato progresso, la causa della rarefazione dei contatti umani, ma che ne sia invece, l’effetto. C’è da chiedersi se tutto ciò che l’essere umano ha creato di mirabile nel campo digitale, non faccia parte di un processo di formazione finalizzato a fargli realizzare il peggio di sé stesso. Se le creazioni più straordinarie vengono usate per alienare da sé stessi la parte umana, forse è proprio di questa che, inconsciamente, vogliamo liberarci. Siamo davvero preoccupati o si fa finta di inneggiare alla santa comunicazione perduta mentre sotto sotto ci rallegriamo di poter scampare, usando il cellulare, allo stalking di chi ci cerca per parlare non con noi, ma con sé stesso? Insomma, prima di versare lacrime di coccodrillo sulla perdita dell’umano chiediamoci: chi è questo umano che diciamo di voler salvare ma che facciamo di tutto per eliminare? Non è forse comprensibile tentare di sfuggire al bla bla bla di un diffuso modo di esprimersi autoreferenziale, noioso, lagnoso, superficiale, spesso ipocrita e pretenzioso, sempre più alienante spacciato per contatto umano ma che definirei piuttosto coatto umano? Finalmente la tecnologia ci offre l’occasione di far fuori i nostri simili sgraditi senza spargimento di sangue proiettandoci nel cyberspazio post-umano. Chi ce lo fa fare di restare umani se a non esserlo si fatica di meno e ci si diverte di più? Provocazione a parte, forse la specie umana si potrà salvare solo se qualcosa farà scattare la consapevolezza che valga la pena di salvarla, ad esempio, se i pochi avanzi di umanità che probabilmente sopravviveranno nell’Homo technologicus, avvertiranno il disagio della dipendenza dal digitale e si impegneranno per recuperare un modo di essere e quindi di comunicare autentico, sensibile e non banale. Ma finché la tecnologia ci apparirà una via di salvezza dall’umano spiacevole e oneroso, l’umano non lo salveremo. Siamo in un cul de sac stretti fra due dipendenze opposte ma interconnesse: da un lato i contatti umani insoddisfacenti, dall’altro i contatti post-umani alienanti, ma gratificanti. Sortirne insieme – come direbbe don Lorenzo Milani – è politica.

Anna Maria Guideri 30-08-2025

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