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L'ottimismo della volontà col pessimismo della ragione

Israele, gli ebrei, il sionismo

La Redazione, 1 Gennaio 2026

Paolo Consiglio Facebook 31-12-25

I miei sentimenti verso Israele non sono più quelli di un tempo. Sono cambiati. Per sempre. Qualcosa si è spezzato. Dentro.
Per anni ho guardato a Israele con rispetto. Con empatia. Con un senso quasi sacro di debito morale. La Shoah, le deportazioni, le persecuzioni del popolo ebraico: tutto questo aveva scolpito in me una memoria che credevo incancellabile. Non era la mia storia, ma la sentivo mia.
Avevo studiato, letto, pianto. Davanti ai documentari, ai processi, ai versi di Primo Levi. Da Se questo è un uomo a Schindler’s List, da L’Istruttoria ai silenzi colpevoli del mondo. Per me ricordare non era un obbligo, ma un atto d’amore verso la dignità umana.
La questione palestinese, però, era già una ferita aperta da decenni: occupazione, espropriazioni, assedio, violenze quotidiane che avevano segnato un popolo nel silenzio generale.
Poi è arrivato il 7 ottobre 2023.
E da quel giorno, qualcosa si è incrinato. Non nella memoria. Ma nella fiducia.
Perché chi ha conosciuto il dolore sulla propria pelle ha due strade:

  • o diventa testimone di umanità,
  • o si trasforma nel carnefice che un tempo lo ha umiliato.

Israele ha scelto la seconda.
Non tutto il popolo. Non ogni singolo cittadino. Ma lo Stato. La sua ideologia. Le sue scelte. La sua impunità.
Da decenni il sionismo ha disegnato un mondo dove l’altro — il palestinese — è solo un intralcio da espellere, bombardare, cancellare. Non si tratta più di difesa. Non si tratta più di sopravvivenza. È dominio. È punizione collettiva. È crudeltà burocratica, calcolata, sistematica.
Non si insegna la pace. Non si tramanda la giustizia. Si insegna l’odio. Si tramanda il disprezzo. Anche verso i bambini. Anche verso chi chiede solo acqua, pane, vita.
E allora oggi, con la stessa coscienza che mi aveva spinto a piangere Auschwitz, dico che non posso più restare in silenzio.
Perché vedere chi era simbolo di sofferenza trasformarsi in strumento di oppressione è il dolore più amaro che io abbia mai conosciuto.
No, non parlatemi di antisemitismo.
Non odiavo e non odio gli ebrei.
Odio il sionismo.
Odio il progetto coloniale che devasta la Palestina e svuota di senso la memoria stessa della Shoah.
Odio l’idea che si possa usare il proprio passato come giustificazione per il massacro di un altro popolo.
Scriverò queste parole finché avrò fiato.
Le urlerò anche quando vorranno ridurle al silenzio.
Perché il sionismo ha rubato non solo la terra ai palestinesi, ma anche l’anima a chi credeva che “mai più” valesse per tutti.

Paolo Consiglio Facebook 31-12-25

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