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L'ottimismo della volontà col pessimismo della ragione

Ha vinto il figlioccio politico di Orbán

La Redazione, 13 Aprile 202613 Aprile 2026

Un quadro lucido sulle elezioni in Ungheria. Fonte Rolando Dubini su facebook

“Dovremo sederci al tavolo delle trattative con il presidente russo. Né la posizione geografica della Russia né quella dell’Ungheria cambieranno. Anche la nostra dipendenza energetica dalla Russia rimarrà. Negozieremo.”
Peter Magyar

R.D.

In Ungheria è accaduta una di quelle ironie che la storia distribuisce con gusto quasi maligno: Viktor Orbán, che per sedici anni ha costruito un sistema sempre più centralizzato, nazionalista e ostile ai contrappesi, è stato sconfitto non da un vecchio avversario liberale, ma da Péter Magyar, uomo cresciuto dentro quel mondo, già vicino a Fidesz, un tempo perfino ammiratore del capo che poi ha finito per rovesciare. Il dato politico, al netto della retorica, è netto: alle elezioni parlamentari del 12 aprile 2026 Orbán ha ammesso la sconfitta e il partito Tisza di Magyar ha ottenuto una vittoria storica, con una maggioranza tale da poter incidere anche sull’architettura istituzionale costruita negli anni da Fidesz.

È un passaggio importante proprio perché demolisce una favola molto amata dagli uomini forti: quella secondo cui i sistemi edificati attorno a un capo sarebbero invincibili. Non lo sono mai. Durano finché reggono i rapporti di forza, finché la macchina del consenso funziona, finché le clientele tengono, finché dentro il campo del potere non si apre una crepa. E qui la crepa aveva un volto perfetto: non un marziano calato da Bruxelles, non un professore cosmopolita buono per spaventare la provincia, ma un ex uomo di casa, uno che conosceva linguaggio, simboli, riti, retorica e nervi scoperti dell’orbánismo. Reuters ricorda un dettaglio quasi romanzesco: da bambino Magyar teneva in camera la foto di Orbán, allora giovane tribuno anticomunista; da adulto ne ha chiuso l’epoca.

Qui però conviene allargare l’inquadramento storico, perché la cronaca da sola spiega poco. I regimi personali raramente crollano per l’urto frontale di un nemico esterno e puro, come nei film edificanti. Più spesso si logorano dall’interno, per scissione del loro stesso personale politico, per erosione della loro base sociale, per stanchezza del mito. È una dinamica antica quasi quanto il potere: i cesari, i sultani, i capi-partito e i padri della patria scoprono sempre troppo tardi che il pericolo più serio non è il nemico dichiarato, ma l’ex fedele che conosce il meccanismo dall’interno e parla ancora la lingua del sistema. La storia, quando decide di essere spiritosa, non manda sempre il boia: a volte manda l’ex allievo.

La sconfitta di Orbán, infatti, non nasce da qualche improvviso risveglio angelico dell’elettorato, come piace raccontare ai commentatori che trasformano la politica in una sacra rappresentazione morale. Nasce da fattori assai più prosaici, e dunque assai più seri: stagnazione economica, inflazione fra le più alte dell’Unione, servizi pubblici sotto pressione, logoramento fisiologico del potere, tensioni costanti con Bruxelles e la sensazione crescente che il sistema Orbán sapesse ormai soprattutto difendersi, non più governare. Reuters collega esplicitamente la svolta a queste condizioni materiali, ben più che a una conversione etica collettiva.

Anche i mercati, che non saranno romantici ma spesso fiutano prima degli editorialisti dove tira il vento, hanno letto così il risultato: subito dopo la vittoria di Tisza il fiorino si è rafforzato e Reuters ha riferito che gli investitori si aspettano riforme, un miglioramento dello stato di diritto e soprattutto rapporti meno tossici con l’Unione Europea, con la prospettiva di sbloccare fondi europei congelati. Traduzione brutale: il mondo economico ha interpretato la caduta di Orbán non come un salto nel buio, ma come la possibile riapertura di una normalità politica e finanziaria.

E qui si vede bene il significato europeo della vicenda. Orbán non era soltanto il primo ministro ungherese: era diventato un modello internazionale della destra sovranista, anti-immigrazione, anti-liberale, diffidente verso l’UE, dialogante con Mosca e Pechino, applaudito da pezzi della destra americana ed europea. La sua caduta, dunque, non è soltanto un fatto ungherese; è anche un colpo simbolico a tutta una galassia politica che lo esibiva come prova vivente che si può svuotare la democrazia dall’interno e continuare a vincere per sempre. Evidentemente no. Anche i sistemi elettorali più abilmente addomesticati, a forza di tirare la corda, scoprono che la corda esiste.

Il paradosso finale è quasi perfetto. Non ha vinto semplicemente “l’opposizione”. Ha vinto un ex prodotto del sistema Orbán, che ha trasformato la propria biografia di ex fedele in arma politica. È questo il dettaglio storicamente più istruttivo: i regimi lunghi finiscono spesso per credere che consenso e possesso siano la stessa cosa, che il popolo sia una proprietà, che la fedeltà sia ereditaria. Ma a quel punto comincia il declino. E per un capo che aveva fatto della fedeltà personale una forma di governo, c’è qualcosa di quasi bizantino nell’essere battuto proprio dal figlioccio politico.

Cronologia Orbán–Magyar: come un sistema ha allevato il suo successore

1989. Viktor Orbán entra nella grande politica ungherese come uno dei volti più noti dell’opposizione anticomunista e partecipa alla nascita di Fidesz, che allora era una formazione giovanile liberale, anti-sovietica, perfino occidentale nei riflessi. Insomma: Orbán nasce politicamente come ribelle. È una di quelle ironie che la storia si diverte a preparare con largo anticipo.

1990. Orbán diventa per la prima volta primo ministro. Governa fino al 2002. Perde il potere, ma non la partita. Anzi: negli anni dell’opposizione trasforma Fidesz in un partito sempre più personale, nazional-conservatore, disciplinato e identitario. In altre parole, smette di essere soltanto un leader politico e comincia a diventare un sistema.

1991. Orbán torna al governo e comincia la sua lunga stagione di dominio. Da qui in avanti l’Ungheria viene progressivamente ricablata: centralizzazione del potere, compressione dei contrappesi, conflitto con Bruxelles, retorica sovranista, linea dura sull’immigrazione, rapporti spregiudicati con Mosca e Pechino. Orbán non è più solo il capo di un governo: diventa il modello internazionale di una destra che vuole vincere senza farsi troppo intralciare dalla democrazia liberale.

Nel frattempo Péter Magyar cresce dentro quel mondo. Non contro Orbán, ma accanto al suo sistema. Avvocato, diplomatico, uomo dell’establishment, figura interna all’orbita Fidesz. Il dettaglio più istruttivo è anche il più gustoso: da ragazzo teneva in camera la foto di Orbán. Dunque non parliamo di un oppositore venuto da Marte, ma di un ex fedele. E quando la storia decide di divertirsi, comincia sempre così.

2024. Arriva la rottura. Magyar rompe con il sistema Orbán e sfrutta il terremoto politico seguito allo scandalo della grazia presidenziale per presentarsi come l’uomo che conosce dall’interno il meccanismo del potere: clientele, corruzione, stanchezza del regime, ipocrisie di corte. Alle elezioni europee del giugno 2024 il suo partito, Tisza, compie un salto clamoroso. Non basta ancora per governare, ma basta eccome per far capire che Orbán, per la prima volta dopo anni, ha davanti uno sfidante vero.

2025. La sfida si consolida. Tisza smette di sembrare una meteora e diventa una forza nazionale credibile. Orbán reagisce come reagiscono spesso i poteri logorati: irrigidendosi, promettendo strette, evocando nemici, cercando di serrare i ranghi. Ma è proprio qui che si vede la fatica del sistema: quando un regime deve continuamente dimostrare di essere ancora forte, di solito sta già cominciando a invecchiare.

Marzo 2026. I sondaggi più autorevoli danno Tisza in vantaggio su Fidesz. L’Ungheria arriva al voto in un clima segnato da stagnazione economica, inflazione elevata, servizi in difficoltà, tensioni con l’Unione Europea e crescente usura del potere. Orbán non appare più come il protettore della nazione, ma come il capo di una macchina che sa soprattutto difendersi.

12 aprile 2026. Arriva il verdetto. Orbán perde le elezioni parlamentari, ammette la sconfitta, e Péter Magyar vince con Tisza. È una svolta storica. Ma il punto più interessante non è solo che Orbán abbia perso: è come ha perso. Non per mano di un vecchio oppositore liberale, non per mano di una coalizione moralistica e impotente, ma per mano di un ex prodotto del suo stesso sistema. Ha vinto il figlioccio politico.

13 aprile 2026. I mercati reagiscono con favore: il fiorino si rafforza, gli investitori scommettono su un disgelo con Bruxelles e sulla possibilità di sbloccare fondi europei congelati. È una nota quasi crudele, ma istruttiva: il mondo non si è comportato come se fosse caduto un pilastro insostituibile, bensì come se si fosse aperta la possibilità di una normalizzazione.

Morale storica: i sistemi personali raramente crollano per un assalto frontale dall’esterno. Più spesso si spaccano quando un uomo cresciuto al loro interno ne impara la lingua, ne eredita i codici e poi li usa contro il fondatore. La storia, quando vuole essere spiritosa, non manda sempre il boia. A volte manda l’ex allievo.

#Ungheria #Orban #PeterMagyar #Magyar #Tisza #Europa #PoliticaEuropea #StoriaPolitica #Democrazia #Sovranismo #viktororban

Fonti

Reuters, “Orban ousted after 16 years as Hungarians flock to pro-EU rival” https://www.reuters.com/…/orban-ousted-after-16-years…/

Reuters, “Once inspired by Orban, Hungary’s Peter Magyar unseats him in landmark election” https://www.reuters.com/…/once-inspired-by-orban…/

Reuters, “Hungary opposition’s landslide win heralds reforms, thaw in EU ties” https://www.reuters.com/…/hungary-oppositions…/

Reuters, “Reactions to PM Orban’s defeat in Hungary’s election” https://www.reuters.com/…/reactions-pm-orbans-likely…/

Nemzeti Választási Iroda, sito ufficiale delle elezioni ungheresi 2026 https://vtr.valasztas.hu/ogy2026?filter=orszagos

Nemzeti Választási Iroda, liste nazionali https://vtr.valasztas.hu/ogy2026/orszagos-listak…

Rolando Dubini Facebook 13-4-26

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