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L'ottimismo della volontà col pessimismo della ragione

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L'ottimismo della volontà col pessimismo della ragione

Quel fiore che …

La Redazione, 2 Gennaio 2026

Il testo originale su Piana notizie

Tardivamente, quando i buoi erano già scappati dalla stalla, quindici giorni dopo il grido d’allarme del direttore sportivo Goretti (“servono decisioni drastiche”) la Fiorentina ha deciso di affidare l’area tecnica a Fabio Paratici, classe 1972. Paratici, dopo la carriera agonistica nel ruolo di centrocampista, divenne osservatore e nella funzione di capo osservatore fu, con Marotta amministratore delegato, protagonista della Sampdoria che arrivò al quarto posto. Nel 2009 si diplomò direttore sportivo con una tesi di livello assoluto, Analisi comparata dei principali sistemi calcistici, e nel 2010 seguì Marotta alla Juventus. Il punto di rottura tra i due fu, nel 2018, l’acquisto di Cristiano Ronaldo che sancì la fine dell’esperienza bianconera di Marotta. Paratici diventò amministratore delegato della Juve nell’ottobre 2020. Il 20 gennaio 2023, dopo che aveva già lasciato il club (maggio 2021) fu squalificato per due anni e mezzo dalla Figc per le plusvalenze fittizie – per la stessa vicenda patteggiò, assieme ad Andrea Agnelli e Nedved, una pena con il Tribunale di Roma. La lunga squalifica lo costrinse a sospendere l’incarico di direttore generale del Totthenam sottoscritto nel giugno 2021.

A Firenze Paratici arriva come l’uomo della provvidenza. A questo siamo ridotti, al salvatore della patria! E, particolare di non poco conto, perché lo sia occorrono almeno due condizioni. La prima, oggettiva, è che abbia pieni poteri rappresentando, nei fatti, il commissariamento di questa società. La seconda, soggettiva, che si sia messo alle spalle gli artifizi contabili e faccia esplodere tutte le proprie competenze tecniche.

Il festival degli errori
Riavvolgiamo il nastro della stagione, iniziata con il terzo cambio di allenatore consecutivo (Italiano, Palladino, Pioli), a dimostrazione che, per questa società, la continuità tecnica non è mai stata un valore. Altri tre elementi hanno caratterizzato l’avvio stagionale:

1) il permanere dell’assenza di Coimmisso e il generale silenzio della proprietà;

2) la sopravvalutazione, per il settimo anno di seguito, della rosa a disposizione, non considerando, ad esempio che Kean, ma anche De Gea, aveva super performato segnando 25 gol (uno in meno di tutti quelli segnati nei suoi anni in Italia) di cui 19 in serie A (14 nel girone d’andata e 5 in quello di ritorno);

3) il calciomercato estivo, che ebbe elogi quasi unanimi, venne consumato nel “trattenere i migliori” (il gravoso rinnovo di Kean, pur senza allungarne il contratto, i riscatti di Gosens, Gudmundsson, Fagioli) e in acquisti cosiddetti funzionali (Dzeko alla soglia dei 40 anni, Lamptey reduce da ripetuti problemi fisici che si sono immediatamente riproposti, il centrale mancino Viti); uno di prospettiva (Fazzini, fermato da un infortunio alla caviglia inizialmente sottovalutato); e altri due, giudicati pronti per il salto di qualità pagati cifre di fantasia (Sohm e Piccoli). Un calciomercato che, colpevolmente, non interveniva sulle debolezze strutturali della squadra: un play a centrocampo capace di far girare la squadra e di avere personalità e leadership; un difensore forte e veloce, indispensabile se si vuole giocare con la difesa a tre; la totale assenza di giocatori di fascia, capaci di saltare l’uomo e, almeno, di rappresentare un’arma in corso per cambiare le partite – ammesso che non si volessero schierare esterni alti nella formazione base.

Stefano Pioli era stata la scelta che, in assenza di obiettivi sportivi definiti, funzionava da garante nei confronti del popolo viola. Pioli, per disporre del carburante entusiasmo, decise di puntare in alto, troppo in alto, con le dichiarazioni: “Voglio provare a vincere subito un trofeo, che sia la Conference League o la Coppa Italia non è importante, e in due anni state sicuri che piazziamo la Fiorentina stabilmente in zona Champions League”. In questo clima il ritiro al Viola Park vide, nelle aperture per le prime amichevoli, l’esplosione di affetto e di entusiasmo del tifo viola. Il primo scricchiolio lo si ebbe all’esordio di campionato a Cagliari e subito confermato a Reggio Emilia nel gara di ritorno del preliminare di Conference contro il Polissya. La squadra navigava a vista, con i reparti scollati tra di loro. Era assente ogni idea di gioco ed in campo sembravano schierate undici individualità e non una squadra.

I due pareggi iniziali furono seguiti da due sconfitte; un pareggio seguito da altre due sconfitte; nuovamente un pareggio a cui fecero seguito due sconfitte, l’ultima, dolorosissima, con il Lecce a Firenze alla cui vigilia si era dimesso Pradè uno dei maggiori responsabili dello sfascio tecnico. Dopo dieci partite di ostinato ottimismo la Fiorentina era ultima con 4 punti in classifica ed una media disarmante di 0,40 a partita che vale 15 punti in 38 partite, Pioli venne esonerato. La società decise di non sostituire Pradè, analogamente a quanto già fatto dopo la morte di Barone, promuovendo Goretti che rimaneva così l’unico interlocutore tecnico.

La panchina fu affidata provvisoriamente a Galloppa che diresse la Fiorentina a Mainz in Conference League, squadra rimontata e sconfitta all’ultimo minuto per disattenzioni collettive, subito prima dell’arrivo di Vanoli. L’esordio del nuovo tecnico a Marassi, (2-2) contro il Genoa, fece intravedere, almeno sotto il profilo della determinazione, una reazione della squadra. L’incontro successivo, contro la Juventus a Firenze (1-1), confermò queste impressioni che furono travolte dalle successive prestazioni – sconfitta interna contro l’AEK Atene (0-1), a Bergamo (2-0) ed a Reggio Emilia contro il Sassuolo (3-1), seguita dal successo (2-1) con la Dinamo Kiev e dal nuovo tonfo casalingo contro il Verona (1-2). Intanto, la società parlava solo per profondere grande ottimismo, mentre i calciatori, fuori e dentro il campo, si dimostravano disuniti, sconnessi, privi di personalità e assolutamente incapaci di affrontare la situazione in cui loro stessi erano precipitati. Anzi, alcuni, appaiono come una delle tante facce del problema.

Il record del peggiore inizio senza vittorie in campionato (8 partite nel campionato 1977-78) è stato polverizzato (15 gare) arrivando, a due settimane dalle citate dichiarazioni rilasciate dal Ds Goretti dopo la sconfitta di Reggio, sempre con Vanoli in panchina e con nessun provvedimento preso all’ennesima prestazione vergognosa a Losanna, altra sconfitta (1-0) nell’ultima partita del girone di Conference che obbliga a disputare le due partite del play out a febbraio. La Fiorentina vince finalmente la prima partita della serie A contro l’Udinese (5-1) rimasta in dieci dopo pochi minuti a causa di una folle uscita del proprio portiere. Il risultato rincuora, ma necessita di essere confermato. L’occasione è immediata, la partita di Parma, contro una squadra che ha cinque punti in più in classifica e una partita in meno. Nel primo tempo di una gara da vincere, disputandola ventre a terra, la Fiorentina è impalpabile. All’inizio della ripresa, in mezzo alla nostra area di rigore, due difensori non si accorgono di un attaccante che gli sbuca in mezzo e segna. La frittata è fatta. La reazione c’è, ma, scomposta, illogica, disunita, produce solo una vera occasione. Vanoli, dopo sette gare di campionato, ha collezionato 5 punti, con una media di 0,71 a partita. Se continua con questo ritmo da qui alla fine del campionato ne farebbe altri 15, arrivando a 24 punti…

L’unica novità introdotta dal tecnico, nella tardiva conversione alla difesa a 4, è stata quella di schierare una delle due catene laterali con il doppio terzino. È questo il contesto che ha portato a riporre tutte le aspettative su Paratici, ed è altrettanto chiaro che per salvarsi è necessaria una rivoluzione: di costume, di disciplina, di uomini e di gioco. Conseguentemente, a maggior ragione, la piazza ha la responsabilità di non mollare. Questa squadra da sola non si salverà. Occorre sostenerla, accompagnarla passo dopo passo. Lo deve fare tutta la tifoseria, non solo la Curva. La deve accompagnare tutta la città.

Massimo Cervelli

N.B. L’uso del passato remoto nella descrizione della prima parte della stagione risponde alla necessità di lasciarsela alle spalle, sentendola più lontana di quanto non sia in realtà.


Fin dall’estate avevamo messo in guardia sui pericoli sportivi rappresentati da questa stagione che, essendo quella del centenario, avrebbe dovuto essere speciale, ma nel senso opposto a quello che stiamo vivendo…

Il quartultimo posto è a soli cinque punti, Eppure, proprietà, società e squadra, dimostrano con il loro comportamento di avere velocemente accettato la serie B, dopo aver ignorato e minimizzato tutti i segnali d’allarme suonati fin dallo scorso mese di agosto. Ha ragione la Curva Fiesole: “Oggi ci sono tutte le condizioni per andare in serie B, tranne una: noi. Se c’è qualcuno che ha deciso di non mollare, questi sono solo i tifosi”. È quello che abbiamo visto con le mobilitazioni del tifo viola nelle trasferte contro il Sassuolo (quattromila) e di Parma che, purtroppo, sono state insultate dalle prestazioni della squadra.

Non mollare è la parola d’ordine che deve segnare, oltre agli appassionati viola, tutta la città, comprese le sue istituzioni culturali e politiche: la Fiorentina in B sarebbe una retrocessione della stessa città di Firenze. La retrocessione, oltre ad essere un colpevole omicidio sportivo e un’irrisione di tutta la nostra storia perpetrato dalla proprietà, rappresenterebbe un danno enorme. Chi scrive sostiene, fin dallo scorso mese di novembre, la necessità di affrontare il devastante silenzio della proprietà e la palese incapacità dimostrata dai suoi fiduciari nell’affrontare la situazione: di volta in volta si è parlato di patti, di confronti bellissimi, di una svolta dietro l’angolo e di una fiammella che avrebbe dovuto miracolosamente accendersi.

A mio avviso le istituzioni cittadine avrebbero dovuto fare da tempo una delegazione per andare nel New Jersey e confrontarsi direttamente con la famiglia Commisso, facendo presente che la Fiorentina è un bene comune della città e di tutti i suoi appassionati: se non si è in grado di occuparsene adeguatamente va venduta e, nel frattempo, occorre non precipitare in B. Qualche voce importante si è alzata dal mondo politico (Renzi e Giani), ma è mancata la più istituzionalmente significativa: quella della sindaca Funaro. Un silenzio difficilmente comprensibile, per il ruolo e per il contesto: oltretutto la retrocessione renderebbe più debole la stessa candidatura di Firenze agli Europei 2032 che resta la strada maestra per disporre delle risorse necessarie al completamento dello stadio – almeno che non si continuino ad aspettare i soldi di Rocco, dopo che lo stesso ha dettato la precisa condizione del controllo totale, impossibile da concedere in un’opera finanziata con soldi pubblici.

Fabio Paratici

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