Ieri l’altro il Wall Street Journal ha scritto che Trump sarebbe stato preso per fesso. E lui, il presidente, è andato su tutte le furie. Beh, pover’uomo, reazione comprensibile. Ormai questa storia della follia – o, per dirla alla toscana, della grullaggine pericolosa – di Trump è sulla bocca di tutti. Ed è anche molto divertente, se non fosse che il presidente ha con sé i codici nucleari. Un dettaglio, ma fino a un certo punto.
Ho fatto una ricerca: le principali analisi sanitarie su Trump, riportate dalla stampa di mezzo mondo, si dividono sulla diagnosi. Per alcuni esperti, la “malattia presidenziale” avrebbe le caratteristiche di un sospetto declino cognitivo, fino alla demenza. Lo psicologo John Gartner ha sostenuto che Trump mostrerebbe segni di demenza frontotemporale o di grave declino cognitivo, indicati da memoria vacillante, disorientamento e difficoltà a completare pensieri o frasi.
Per altri, invece, si tratterebbe di un comportamento “erratico” e paranoico: viene descritto come sempre più impulsivo, imprevedibile e incline a vedere nemici ovunque, con la tendenza a proiettare sugli altri i propri impulsi aggressivi. Un gruppo di oltre duecento professionisti della salute mentale ha firmato lettere definendolo un “narcisista maligno”, caratterizzato da mancanza di empatia e bisogno costante di ammirazione, ritenendolo quindi pericoloso.
Infine, c’è la questione della logorrea, che si intreccia con quella dei cosiddetti “discorsi confusi”: i suoi interventi pubblici sono stati spesso descritti come ridondanti, pieni di digressioni e difficili da seguire, con episodi di parole spezzate o non completate (parafasia fonemica).
Un bel quadro, non c’è che dire. Va però ricordato che, per quanto molti esperti si siano espressi, esiste la Goldwater Rule dell’American Psychiatric Association, che vieta agli psichiatri di formulare diagnosi su figure pubbliche senza un esame diretto. Alcuni, come Allen Frances, hanno infatti criticato queste valutazioni a distanza, sostenendo che Trump non sia “pazzo”, ma semplicemente divisivo e sopra le righe.
Questa storia mi ricorda, per contrasto, la sindrome di Münchausen: una patologia psichiatrica che prende il nome dal famoso barone e descrive persone che si inventano sintomi per attirare l’attenzione medica. Qui, semmai, il problema sembra opposto: i sintomi vengono attribuiti dall’esterno, mentre il diretto interessato continua a comportarsi come se nulla fosse.
In ogni caso, fossi in Trump mi guarderei le spalle. Non tanto dai suoi avversari politici, quanto dal suo fidato JD Vance: perché, alla fine, quando si tratta di attirare l’attenzione del mondo, è spesso chi ti sta più vicino quello che ti accompagna gentilmente alla porta. E Vance, più che un comprimario, è uomo di potere.
Che mondo di pazzi!
Massimo Lensi Facebook 24-4-26
