di Cinzia Sciuto
Dall’inconsistenza del fermo all’attacco frontale di Meloni contro i giudici: segnali preoccupanti per la nostra democrazia.
La vicenda di Youssef Siher, fermato lo scorso sabato con l’accusa di istigazione a delinquere aggravata da finalità di terrorismo e rilasciato dalla GIP il 28 ottobre, è finita come non poteva che finire. Sin dal primo momento in cui era stata disposta la misura restrittiva, infatti, le accuse erano apparse a molti osservatori ed esperti assolutamente inconsistenti: Siher aveva creato un gruppo social che si richiamava alle proteste di piazza del 17 ottobre, gruppo che intendeva usare come piattaforma per coordinare ulteriori manifestazioni, a partire da quelle del 24 ottobre. A chi ha avuto modo di leggere le carte, di istigazione a delinquere addirittura aggravata da finalità di terrorismo non c’era oggettivamente traccia. Di rabbia sì, di voglia di protesta anche. Alcuni sporadici messaggi più esplicitamente violenti presenti nel gruppo non erano opera dell’amministratore, ossia di Siher, ma di altri utenti.
Si potrebbe essere tentati di archiviare l’episodio considerandolo un fisiologico passaggio procedurale in cui la giudice per le indagini preliminari ha fatto il proprio dovere emendando un errore della procura, ma quello che è accaduto non è stato affatto privo di conseguenze. Anzitutto sul piano concreto della libertà personale, dato che questa persona è rimasta chiusa in carcere per quattro giorni senza che sussistessero ragioni solide per restringerne la libertà (provvedimenti che in uno Stato di diritto devono essere non l’ultima, ma l’ultimissima ratio); inoltre attraverso questa privazione della libertà a Siher è stato impedito di partecipare a quelle manifestazioni che pure stava contribuendo a organizzare. L’intervento preventivo della procura ha interferito dunque in maniera diretta con la fisiologica e normale vita democratica, impedendo a un cittadino di organizzare delle manifestazioni e di parteciparvi. In questo modo, colpendo a monte l’agibilità politica e l’esercizio di una prerogativa fondamentale, si è finito per produrre un effetto dissuasivo, creando nel paese una pervasiva condizione di paura. Peraltro il fermo di Siher è stato solo la punta dell’iceberg di un clima di intimidazione che le forze dell’ordine hanno diffuso nel paese, con ragazzi anche giovanissimi fermati, identificati, trattenuti per ore e senza motivo.
Questa vicenda ha mostrato plasticamente la torsione autoritaria che il nostro Stato sta pericolosamente assumendo. Nel loro libro Come muoiono le democrazie, Steven Levitsky e Daniel Ziblatt individuano alcuni criteri che segnalano quando un paese si sta avviando verso una deriva autoritaria. Ai criteri individuati da Ziblatt e Levitsky – rigettare, con le parole o con i fatti, le regole del gioco democratico; negare legittimità agli avversari; tollerare o incoraggiare la violenza; limitare le libertà civili degli avversari, mezzi di informazione inclusi – io aggiungo la paura: quando i cittadini di uno Stato iniziano ad avere paura delle divise, paura di esprimere il proprio pensiero, paura di organizzare proteste e manifestazioni, paura di scendere in piazza a far valere le proprie ragioni, significa che siamo già decisamente sulla strada di una deriva antidemocratica. Perché la democrazia non è in pericolo soltanto quando si verificano rotture formali degli assetti istituzionali, ma inizia a morire quando l’esercizio ordinario delle libertà civili e politiche viene inibito dall’intimidazione preventiva e dal timore dell’arbitrio del potere.
Se poi a tutto questo aggiungiamo le tempestivissime dichiarazioni della nostra presidente del Consiglio, il quadro si fa ancora più inquietante. Ci sono occasioni in cui Giorgia Meloni sta in silenzio per giorni e giorni su vicende molto importanti, rifugiandosi in una calcolata omissione; e poi invece, su altre questioni, interviene a tambur battente per polarizzare lo scontro. È esattamente ciò che è accaduto anche stavolta: pochi minuti dopo la diffusione del provvedimento della GIP, la presidente del Consiglio ha pubblicato un video nel quale – e non è certo la prima volta – attacca frontalmente la giudice per aver disposto la scarcerazione di Siher, ricorrendo a un argomento classico del suo repertorio: il governo fa le leggi, la polizia le applica e poi arrivano i giudici e fanno saltare tutto. Parole dal sapore eversivo.
Questo attacco frontale chiude il cerchio e svela la natura profonda della torsione in atto. Da un lato l’intervento preventivo delle forze dell’ordine per bloccare le proteste e impedire, o comunque condizionare pesantemente, l’organizzazione delle manifestazioni; dall’altro, il vertice del potere esecutivo che interviene per delegittimare l’operato di un altro dei poteri fondamentali dello Stato, quello giudiziario. Quando l’azione repressiva crea paura tra i cittadini e il potere politico aggredisce i magistrati che ne svelano l’inconsistenza, la democrazia cessa di essere uno spazio aperto di garanzia e si incammina verso una torsione che minaccia alla radice la libertà di ciascuno di noi.
Il Contrappunto è la rubrica sull’attualità della direttrice di MicroMega Cinzia Sciuto. Questo contenuto è gratuito. Sul nostro sito trovi molti altri approfondimenti, alcuni gratuiti altri riservati agli abbonati. Sostieni il nostro lavoro, abbonati a MicroMega!
Riferimento al libro citato
Levitsky, Steven – Ziblatt, Daniel
Come muoiono le democrazie / Steven Levitsky, Daniel Ziblatt ; introduzione di Sergio Fabbrini ; traduzione di Fabio Galimberti. – Bari ; Roma : Laterza, 2020. – XXIX, 291 p. ; 21 cm. – (Economica Laterza ; 946).) – [ISBN] 978-88-581-4267-7. – [BNI] 2020-7487.
Soggetti
Democrazia
Classificazione Dewey
321.8 (23.) GOVERNO DEMOCRATICO
Indice
- La sfida populista e i suoi rimedi
- di Sergio Fabbrini
- Introduzione
- 1. Alleanze fatali
- 2. Sentinelle in America
- 3. La grande abdicazione dei repubblicani
- 4. Sovvertire la democrazia
- 5. Le barriere di sicurezza della democrazia
- 6. Le regole non scritte della politica americana
- 7. Lo sfilacciamento
- 8. Il primo anno di Trump: la pagella di un autoritario
- 9. Salvare la democrazia
- Ringraziamenti
