IL MANIFESTO

DATA STAMPA 45° Anniversario
28-OTT-2026 da pag. 15 / foglio 1
Oltre il populismo e i leader, ritrovare la partecipazione
L’indagine di Piero Ignazi, «Alle urne, alle urne! I partiti dall’altare alla polvere», edito da Il Mulino
Un’analisi che punta al rilancio di uno degli strumenti decisivi della democrazia
ANTONIO FLORIDIA
Il richiamo alla «crisi dei partiti» appare ormai rituale nei discorsi correnti sui destini della democrazia: si elevano grida accorate, ma non ci sono idee molto chiare, in verità, sulle cause di questa crisi e soprattutto sui possibili rimedi. Il libro di Piero Ignazi, appena pubblicato dalla casa editrice il Mulino (Alle urne, alle urne! I partiti dall’altare alla polvere, pp. 270, euro 24,00), segna, per molti versi, un approccio originale, che parte da un assunto ben preciso, che così Ignazi formula proprio nell’ultima pagina del suo libro: «parafrasando lo slogan dei neoliberisti dei decenni passati, there is no alternative al partito politico».
L’ORIGINALITÀ DEL LAVORO
di Ignazi consiste nel dare per acquisiti i risultati dell’enorme mole di analisi empiriche sulla fenomenologia della crisi dei partiti, a cui gran parte della scienza politica si è dedicata negli ultimi decenni, e nel proporre piuttosto un approccio storico-critico: il libro ricostruisce innanzi tutto le condizioni (irripetibili) che hanno permesso «un’età d’oro» dei partiti (che si può circoscrivere precisamente al periodo che va dal 1945 alla fine degli anni Ottanta), ovvero le diverse traiettorie nazionali che hanno segnato in Europa il passaggio drammatico dalla guerra al dopoguerra e il ritorno ad una democrazia pluripartitica.
Il primo capitolo è dedicato ad un’accurata ricostruzione di questo passaggio in tutti gli stati europei (dai più grandi ai più piccoli, ad Ovest come ad Est), in un clima di fiducia e speranza, segnato da «un senso di liberazione, che si tradusse in un’altissima partecipazione alle prime elezioni libere (grazie anche al voto delle donne, concesso per la prima volta in molti paesi). E furono i partiti gli attori che governarono questo passaggio storico: partiti che si ricostruiscono ex novo o che riemergono dalla clandestinità. In questo quadro, spicca il caso italiano dove la liberazione dal nazifascismo avvenne con una resistenza armata organizzata in gran parte proprio su basi partitiche (in Francia furono solo i comunisti a farlo).
I tre capitoli centrali del libro sono dedicati ai tre grandi paesi europei che avevano visto il dominio dei regimi autoritari (Italia e Germania) o che ne erano state profondamente segnati (la Francia, con l’esperienza di Vichy). In sintesi, scrive Ignazi, «il passaggio dei partiti tra guerra e dopoguerra nei tre grandi paesi continentali presenta tre diverse gradazioni: contrastato in Francia, guidato in Germania, immediato e trionfale in Italia».
TRIONFALE, ma certo non senza conflitti e resistenze: forte era rimasta in Italia, ma anche in Germania, l’eredità del consenso di massa di cui aveva goduto il regime, che si traduceva in un atteggiamento diffuso di scetticismo, estraneità, qualunquismo, antipartitismo. E si spiega con la necessità di un qualche recupero di queste masse alla democrazia, la strategia di Togliatti (e, in Germania, simile, quella di Kurt Schumacher, il leader della Spd).
Nell’ampio capitolo finale («La caduta. Dall’entusiasmo postbellico alla sfiducia degli anni Duemila») emerge l’approccio teorico di Ignazi: il rifiuto di ogni visione deterministica dei partiti e del loro futuro. Ovvero, alla base della crisi dei partiti ci sono certo i mutamenti economico-sociali (la crisi del fordismo, i processi di individualizzazione), ma poi soprattutto ci sono anche le cattive risposte che i partiti hanno dato a tali fenomeni: lo svuotamento progressivo del partito nel territorio, il crescente suo abbarbicarsi alle istituzioni, l’ipertrofia degli apparati professionali centrali, la ricerca di una connessione immediata tra leader e massa.
CONTANO LE IDEE e le scelte strategiche: non era scritto da nessuna parte che i partiti riuscissero a svolgere in passato il loro grande ruolo democratico; e però non è scritto da nessuna parte, oggi, che i partiti siano ormai «finiti». Ignazi indica alcune possibili direzioni su cui è necessario, e possibile, lavorare per un loro rilancio (inclusione e pluralismo, deliberazione e diffusione). Se ne può e se ne dovrebbe discutere molto più di quanto accada oggi, e soprattutto farlo negli stessi partiti, all’interno dei quali latita una capacità di riflessione critica sui modelli di partito che si sono teorizzati e praticati, confinando troppo nelle virtù salvifiche della leadership. Ma è una via necessaria da perseguire, a meno che non si pensi che dei partiti si possa ormai fare a meno, o che ci si debba accontentare di quello che sono oggi. È un lavoro di ricostruzione che può contar (paradossalmente, ma non troppo) anche su un elemento che Ignazi sottolinea: la nostalgia con cui oggi molti guardano «l’età d’oro» dei partiti, magari idealizzando il loro profilo, ma che esprime oggi un bisogno e un’aspirazione. Una nostalgia che si può tradurre in un’energia politica positiva.
