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L'ottimismo della volontà col pessimismo della ragione

Perché il mio NO /a.m.Guideri

La Redazione, 18 Febbraio 2026

PERCHÉ NO (La supremazia della legge)

Alcuni giorni fa al Circolo Rinascita di Campi Bisenzio, in occasione del referendum sulla giustizia, ha avuto luogo l’incontro pubblico con il Procuratore della Repubblica Beniamino Deidda. Fra i tanti aspetti riguardanti la questione referendaria – etici, tecnici, giuridici …- che il Procuratore ha esposto con grande chiarezza, uno in particolare mi ha colpita: la magistratura è un potere che non può sottostare a nessun altro potere per il semplice fatto che esso risponde solo alla legge. Il magistrato è l’unico tutore della legge e non può cederla a nessuno, pena la confusione dei poteri e lo stravolgimento dell’ordine democratico che si fonda, sì, sulla divisione dei poteri, ma non sulla spaccatura interna di uno di essi a favore di altri. Questo principio mi sembra talmente ovvio che lo definirei “l’uovo di Colombo.” Tanto semplice da essere disarmante. Tutte le altre considerazioni e i cavilli giuridici che appaiono così ostici ai non addetti ai lavori, acquistano plausibilità e chiarezza se inquadrati nel contesto della supremazia della legge sugli interessi di bottega dei singoli partiti. Interessi confessati incautamente dal ministro della Giustizia Nordio con i suoi consigli ad Elly Schlein sui vantaggi che anche il PD potrebbe trarre dalla vittoria del sì. Ma chi può tutelare la legge all’infuori di chi possiede il titolo, la cultura e la competenza necessari per farlo? La legge non è un elastico che si può tirare da tutte le parti a nostro piacimento a seconda del proprio tornaconto. La legge è il pilastro della nostra democrazia, scritta sulla Carta costituzionale. Può essere cambiata, è vero, e infatti questo governo tenta di farlo mettendo mano all’equilibrio dei poteri colpendo gravemente il principio su cui esso si fonda. Se la Costituzione assegna alla magistratura il potere di amministrare la legge, questo può confliggere con l’interesse degli altri poteri politici quando incorrono nelle maglie della giustizia e allora conviene loro di spartirsela, la giustizia, depotenziandola “pro domo sua.” Ma questo rischia di sconquassare il sistema giudiziario e di esporlo a scorrerie incontrollabili e ad abusi di ogni genere. E’ da Berlusconi in poi che la magistratura viene picconata con ogni mezzo; c’è da chiedersi se siamo giunti alla “soluzione finale”, se ci sono avvisaglie di ritorno ai bei tempi andati, a quando il Ministero della Giustizia dipendeva dal regime fascista. Farne una questione di scontro dialettico fra singoli esponenti dei vari poteri dello stato e dei partiti come se la legge fosse una cosa buona per tutte le stagioni e convenienze, equivale a svuotarla della sua sostanza, della sua finalità. Se “la legge è uguale per tutti”, non può essere più uguale per alcuni e meno per altri. Certo, si può cambiare. Ma, una volta cambiata, resta sempre sotto la giurisdizione della magistratura, non del potere esecutivo. Non è, non può essere una questione di scontro personale; la legge non è un’opinione, ma una norma che potrà essere rispettata nella misura in cui chi deve farla rispettare ha gli strumenti per farlo e questo compete ai giudici, non ad altri. La legge non appartiene a nessuno se non a se stessa, ma tutti dobbiamo rispettarla, anche i potenti, nessuno escluso. Il potere giudiziario ne è il servitore – “servitore dello Stato” – non il padrone – ma in quanto tale, l’unico responsabile che ne risponde sia nel bene che nel male; nessun altro può farlo. Questo non significa che deve applicare la legge alla lettera, ma che deve farlo interpretandola secondo la propria coscienza e non secondo i propri interessi. Anche i giudici commettono reati? Certo, ma chi ha le competenze e il titolo di giudicare un giudice se non i giudici stessi membri del CSM? Qualora i CSM diventassero due – uno che facesse capo alla magistratura, l’altro che, con il Pubblico Ministero, rispondesse al potere esecutivo, la legge non sarebbe più sovraordinata ai poteri, ma a favore di alcuni rispetto ad altri. Se il potere politico dubita che i magistrati siano imparziali, per quale motivo non dovremmo dubitare altrettanto della imparzialità dei politici? Se, nonostante le competenze dei giudici, gli errori giudiziari non potranno mai essere eliminati del tutto, a maggior ragione dobbiamo dubitare che i politici, vista la loro minore competenza in materia e il palese interesse a rimanere impuniti, potrebbero fare di meglio.

Anna Maria Guideri 17-02-2026

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