(con una riflessione di Alessandro Volpi)
Mentre la Germania trasforma l’industria civile in militare e soffia sul fuoco della guerra con la Russia, celebrando lo smantellamento del welfare come un sacrificio necessario, noi — partner comprimari della locomotiva tedesca — stiamo giocando le nostre carte.
E domani, al Forum Ambrosetti di Cernobbio, si incontreranno Mario Monti e Roberto Vannacci: un tecnocrate e un generale, invitati a dialogare nel tempio del capitalismo italiano. Un’accoppiata che non è casuale, almeno secondo la pungente analisi di Alessandro Volpi.
Volpi osserva che una parte della classe dirigente economica e finanziaria del Paese sta cercando di fondere due anime solo apparentemente opposte:
- quella liberal‑rigorista, che vuole privatizzare tutto e trasformare la società in un foglio Excel;
- e quella neocorporativa, che sogna gerarchie imprenditoriali rigide e una politica ridotta a guardiano dell’ordine.
Il risultato? Una visione della società dove le imprese private diventano il superiore gerarchico “benevolo”, e la politica un reparto di manutenzione incaricato di garantire stabilità e obbedienza.
Monti e Vannacci, messi insieme, diventano il simbolo di questa fusione: il rigore dei conti pubblici che si sposa con il rigore nazionale. Un matrimonio che racconta molto del Paese che si sta preparando, mentre attorno a noi l’Europa cambia pelle.
Alessandro Volpi Facebook 4-9-26
Domani si incontreranno al Forum Ambrosetti di Cernobbio, uno dei luoghi simbolo del capitalismo italiano, l’ex presidente del Consiglio Mario Monti e l’ex generale Roberto Vannacci, invitati dal direttore dell’iniziativa Valerio De Molli.
Mi sembra un incontro molto rilevante, almeno in termini simbolici.
L’obiettivo di una parte consistente della classe dirigente economica e finanziaria del Paese è quello di tenere insieme, in un’unica formula sia pur apparentemente conflittuale, la componente liberal-rigorista, favorevole alla privatizzazione e alla finanziarizzazione della struttura produttiva e sociale italiana, con quella neocorporativa, fautrice del definitivo superamento della lotta di classe nell’ambito di un processo di omologazione sociale dove le gerarchie imprenditoriali sono – come nel corporativismo del ventennio – rigorosamente rispettate.
Il rigore dei conti pubblici e il “rigore nazionale” si dovrebbero fondere, nella prospettiva confindustriale, in una visione della società dove le imprese private sono il superiore gerarchico, sia pur “benevolmente” paternalistico, destinato a guidare una politica subalterna a cui viene assegnato il pressoché unico compito di garantire ordine e stabilità.
Un tecnocrate, alfiere del capitalismo, e un militare sono l’accoppiata ideale.
