USA vs Mondo

FONTE Andrea Montagni Reds n. 04 – 2025 03 April 2025
TITOLO REDAZIONALE

Gli USA erano e restano il principale pericolo per la pace e la sicurezza internazionale – di Andrea Montagni

Da Biden a Trump cambiano arrangiamento e direttore di orchestra, ma le note son le stesse. E in Europa non siamo messi meglio

Le apparenze (in Europa) non devono ingannare. L’orientamento della nuova leadership degli Stati uniti, che ha abbandonato l’approccio aggressivo dell’amministrazione Biden nei confronti della Russia e che ha smesso di incoraggiare e sostenere l’Ucraina nella guerra, non indica e non significa un cambiamento della natura imperialista degli Stati uniti d’America. L’orrendo massacro in corso a Gaza, le scorribande dell’esercito israeliano in Libano e in Cisgiordania che l’amministrazione Trump spalleggia apertamente sono a ricordarci che le mani dei governanti degli Stati uniti sono sempre sporche del sangue dei popoli. Da Washington i popoli del mondo non possono mai aspettarsi niente di buono!

Per dirla in breve – e con il rischio che l’analisi soffra di una eccessiva semplificazione – nel passaggio di consegne tra Biden e Trump, la classe capitalistica di oligarchi, finanzieri e padroni d’industria che domina negli Stati uniti passa dal tentativo, impersonato dalla politica dei democratici, di perpetrare il ruolo predominante degli Stati uniti su scala mondiale – basato su una ideologia da “nuova frontiera” kennedyana che assegna agli USA e ai suoi alleati il ruolo di portatori della democrazia e della libertà – a quello della destra nazionalista e protezionista, che prende atto del declino americano ma pensa di gestirlo gettando sul tavolo dei rapporti internazionali tutta la forza di quella che resta l’unica potenza mondiale con mire planetarie di controllo e predominio delle economie e dei mercati. Abbandonando qualsiasi maschera e presentandosi come moderni gangster che sbattono in faccia ai loro nemici, ma anche ai loro alleati, le armi del ricatto economico e militare.

Le minacce alla Groenlandia, al Canada, il sostegno aperto alle forze più reazionarie nei paesi europei vanno presi sul serio.

In politica interna, i lavoratori, le donne, gli anziani, i neri, i latini, gli omosessuali soffriranno le conseguenze dirette di una America il cui modello culturale sono i John Wayne dei film della frontiera in cui un mondo di predoni e ladri di terre spadroneggia con la violenza contro i nativi e messicani. Il “nuovo” mondo multipolare a cui pensano gli USA è un mondo di barbarie e di sopraffazione, anche in casa.

Trump era e resta l’uomo che può premere il bottone della guerra termonucleare.

Andrea Montagni

Burro o cannoni?

FONTE Andrea Montagni Reds n. 04 – 2025 03 April 2025
TITOLO REDAZIONALE

L’Europa sociale e della pace versus l’Europa delle armi. Non ci può essere commistione! – di Andrea Montagni

La svolta nella politica estera statunitense ha messo in crisi i paesi della Unione europea.

L’Europa si era immaginata e proposta come modello di cooperazione internazionale.

L’Unione europea è stata protagonista della politica di distensione e disarmo (quella degli accordi di Helsinki del 1975). Con il piano Delors, ancora nel 1992 pensava di rispondere con politiche keynesiane alle crisi economica mondiale e al processo di disgregazione del mondo bipolare. Ma nello stesso anno, con il Trattato di Maastricht, si liberava dei lacciuoli delle politiche di welfare e di intervento pubblico in economia della Europa postbellica per diventare strumento di conquista dei mercati dell’Europa centro-orientale. Il modo con il quale la Repubblica federale tedesca fagocitò la Germania democratica (1990) – annientandone il potenziale industriale e facendone un mercato di conquista e le guerre per disgregare la Jugoslavia (1991-2001) cui parteciparono tutti i paesi europei, Italia compresa! – dettero il via ad un processo che si è concluso proprio in questi ultimi anni per circondare la Russia, usando la NATO, con una nuova e più vasta cortina di ferro che va dal Mar Baltico al Mar Nero. Il cambio di politica statunitense ha disorientato l’Europa e i paesi che la guidano. Francia e Germania – e con qualche incertezza l’Italia – stanno reagendo in modo scomposto, ma perseverando nelle politiche di guerra. Nonostante la sfacciata defezione statunitense, i paesi occidentali continuano a presentarsi come il “mondo libero” in contrapposizione alla Russia, ma anche alla Cina e ai loro alleati.

In questo contesto dobbiamo leggere anche le piazze che vengono convocate in Italia, in cui la maggioranza della gente di ogni generazione, strato sociale e orientamento politico è tenacemente ostile alla guerra comunque motivata. Mi ha stretto il cuore sentir riecheggiare nella piazza romana del 15 marzo, nelle parole di Roberto Vecchioni e di Scurati, la eco del “fardello dell’uomo bianco” di Kipling, nel tentativo di rimotivare il sostegno alla guerra in Ucraina stavolta non per vincere, ma per conquistare una pace “giusta” e di promuovere un’Europa come terza potenza (ma nel mondo di oggi sarebbe forse la quinta o la sesta dietro a Cina, India, Arabia saudita, ecc.) basata sul militarismo e sulla contrapposizione alla Russia e forse agli USA.

Profetiche suonano le parole di Enrico Berlinguer che nel 1984, in un’intervista, affermava: “Se l’Europa prendesse la via di divenire un terzo blocco militare, la direzione della vita politica europea finirebbe per essere presa, prima o poi, da gruppi e caste reazionarie”.

L’Europa del movimento operaio e sindacale, la nostra Europa del lavoro, non è una potenza imperialista armata a protezione delle proprie sfere d’influenza, dell’esportazione dei propri capitali e dei mercati, con armi nucleari, missili a lungo raggio, portaerei e possenti eserciti professionali. La nostra Europa è l’Europa sociale che promuove e difende il diritto internazionale; che attua politiche di distensione e difende la coesistenza pacifica tra gli stati; che costruisce relazioni economiche basate su uguaglianza e mutuo beneficio nei rapporti economici; che ripudia la guerra come strumento di risoluzione delle controversie internazionali. La nostra Europa è quella che afferma i diritti del lavoro, che riconosce e attua i diritti politici e sociali, che difende la diversità e il multiculturalismo come valori, che si propone come modello, ma senza imposizioni e senza interferire negli affari interni degli altri paesi.

Questa Europa è altra da quella dei bellicisti. Noi rifiutiamo ogni commistione.


La Germania e il riarmo

La sola idea che 80 anni dopo la fine della II guerra mondiale, la Germania possa riarmarsi dovrebbe far tremare le vene e i polsi di chiunque in Italia, Europa e nel mondo abbia a cuore la pace!

Andrea Montagni

Cardini e il Nodo Borromeo

Fascismo ieri ed oggi di Gian Luigi Betti

Franco Cardini è noto per il libero pensiero che non teme l’impopolarità. Le sue posizioni sulla guerra Ucraina, che mettevano in risalto le responsabilità Usa e Nato, non sono state apprezzate dalla maggioranza della classe politica italiana (ma condivise dall’opinione pubblica). Così come non sono stati apprezzati i suoi distinguo sulle ragioni, storiche ed attuali, dell’Islam nei cfr dell’Occidente cristiano e soprattutto le incongruenze della politica dei paesi occidentali nei riguardi dei paesi mediorientali.
Recentemente si è rapportato con il fenomeno dell’ascesa politica del partito della Meloni affrontando una serie di questioni cruciali, sul piano storico, politico e culturale. In sintesi i punti affrontati vertono tutti sulle questioni relative alla eredità fascista del suo partito nell’Italia contemporanea.
Il professore, pur manifestando un rispetto formale per il personaggio, non manca di bacchettare la Meloni per il fatto di essere a capo di un partito confuso, con uno staff inadeguato, costituito da militanti ed attivisti tra il rancoroso e il grottesco, di aver proseguito nell’azione trasformista che ha portato dal vecchio MSI all’attuale FdI (scialba copia della vecchia DC), di essere succube di un antifascismo che definisce confuso non essendo in grado di fare i conti con la tradizione storica del fascismo. E le raccomanda di rimettere la fiamma nel simbolo e di non dichiararsi antifascista.
Nel Cardini “politico” talvolta avverti il rigore dello studioso, altre volte l’astuta dialettica del retore, altre volte ancora l’abile faziosità del polemista. Mai le banali cialtronaggini della maggior parte dei politici e dei corifei della destra e del centro.
Considerato che non è facile dimostrare l’esistenza in Italia di un Nodo Borromeo costituito da Cultura- Intelligenza-Fascismo, Franco Cardini potrebbe rappresentare l’eccezione; vale la pena di approfondire l’argomento in un successivo momento.
Per il momento apprezziamo la bella testimonianza di Andrea Montagni, ripromettendoci di riprendere in discorso a breve.

Gian Luigi Betti 1 maggio 2023

Il fascista iscritto alla CGIL di Andrea Montagni

Leggevo alcuni commenti di compagni delusi per la comparsata del professor Franco Cardini, insigne medievalista e profondo conoscitore della cultura e del mondo arabo e islamico, in una qualche trasmissione televisiva nella quale aveva penosamente difeso con argomentazioni risibili, la Meloni e è il suo partito sulla querelle fascismo e antifascismo di lei e dei suoi sodali.
Cardini è persona gradevole nell’eloquio ed esponente di quel vasto ambiente intellettuale che si oppone alla omologazione bellicista del mondo dell’informazione e accademico italiano e non da oggi. Per questo, nella rottura degli argini ideologici che ha caratterizzaro gli ultimi 30 anni, molti hanno iniziato a considerarlo punto di riferimento sulle questioni internazionali.
Questo mi ha richiamato alla mente i miei inizi di dirgente sindacale nel Sindacato università della CGIL fiorentina di cui divenni nel 1988 Segretario Generale.
Il Sindacato università aveva allora nell’ateneo fiorentino poco meno di 300 iscritti tra personale tecnico-amministrativo e ricercatori. Organizzava anche una pattuglia di professori ordinari, quasi tutti socialisti di area lombardiana (i docenti comunisti erano iscritti all’USPUR, sindacato autonomo dei cattedratici). Come segretario feci una verifica degli iscritti e scoprii tra i nominativi dei docenti quello di Franco Cardini. Gli scrissi una lettera molto cortese nella quale gli segnalavo che per un qualche errore amministrativo risultava versare le quote sindacali alla CGIL.
Mi rispose cortesemente che non si trattava di un errore. Allora gli riscrissi invitandolo a revocare la delega, poiché le sue posizioni politiche (era dichiaratamente fascista) erano incompatibili con l’appartenza alla CGIL, dicendogli che in caso contario avrei provveduto ad espellerlo.
Le sue assistenti (tutte ricercatrici iscritte alla CGIL) vennero da me a perorare la sua causa. ma fui irremovibile. Lo Statuto della CGIL era (ed è) fin troppo chiaro.
Tuttavia, il mo gesto fu nell’insieme più subito che condiviso tra molti iscritti ricercatori e associati (con l’esclusione della piccola pattuglia di ordinari socialisti).
Il profesor Cardini mi scirsse una lettera molto dura – forse nell’archivio della CGIL Università seppellito chissà dove ci sarà ancora il carteggio- nella quale in sostanza mi diceva che per lui la CGIL era il sindacato di classe dei lavoratori e io uno prigioniero di schemi passati e superati dalla storia su fascisti e antifascisti, ma che per evitare uno scontro pubblico avrebbe provveduto a revocare la delega. Confermò così la sua intelligenza politica, la sua educazione, ma anche di essere un fascista.
Chi è deluso dalle sue dichiarazioni odierne gli manca di rispetto, ma soprattutto senza volerlo ha, verso i fascisti, la stessa attitudine di Violante….

Andrea Montagni, 30 aprile 2023 (da Facebook)

Taiwan

da Facebook di Andrea Montagni

La presidente socialista dell’Honduras, Xiomara Castro ha dichiarato di aver disposto la ripresa ufficiale delle relazioni con la Cina e la rottura delle relazioni diplomatiche con Taiwan, paese che finora l’Honduras riconosceva.
La presidente ha pubblicato su Twitter di aver incaricato il suo ministro degli Esteri di svolgere le procedure per avviare relazioni diplomatiche ufficiali con la Cina Sono ormai soltanto 13 gli stati che riconoscono Taiwan come paese sovrano: Belize, Città del Vaticano, Guatemala, Haiti, le Isole Marshall, Nauru, Palau, Paraguay, Saint Kitts e Nevis, Saint Vincent e Grenadine, Saint Lucia, Swatini e Tuvalu.
Come si vede da questo elenco mancano tutti i paesi che in questi mesi hanno usato Taiwan come pretesto per accrescere la tensione con la Repubblica popolare cinese.
Quanto tempo è passato da quando nel 1971, la comunità internazionale prese atto della realtà e riconobbe il governo della RPC come unico governo della Cina.
«L’ammissione di membri nell’ONU deve essere in definitiva decisa dagli Stati Membri delle Nazioni Unite. Lo status di membro è dato a paesi sovrani. La posizione delle Nazioni Unite è che la Repubblica Popolare Cinese rappresenta l’intera Cina come unico e legittimo governo rappresentativo della Cina. Finora la decisione sull’aspirazione degli abitanti di Taiwan di entrare a far parte delle Nazioni Unite è stata presa su quella base. La Risoluzione (Risoluzione 2758 dell’Assemblea Generale) che avete appena citato stabilisce chiaramente che il Governo della Cina è il solo e legittimo governo e la posizione delle Nazioni Unite è che Taiwan è parte della Cina.» Bank Ki Moon, Segretario generale dell’ONU 2007

Franco Bortolotti

Il mondo e’ pieno di gente che vorrebbe andare per conto suo (poi magari ci ripensa, come, sembra, i catalani). Il caso di Taiwan e’ complicato dal fatto che non solo la costituzione cinese, ma anche quella taiwanese riconosce l’ unita’ indivisibile della Cina. Quindi Taiwan viene, dai pochi ricordati, come rappresentativa della intera Cina, ma non come indipendente.

Sulla CGIL del XXI secolo

La memoria collettiva se non coltivata con lo studio e l’approccio critico è spesso fallace esattamente come quella individuale.
La narrativa sul sindacato è fatta di rimpianti per gli anni 70 e 80. Dirigenti sindacali come Lama e Trentin sono elevati a simboli di un sindacato combattivo e contrapposti ai dirigenti attuali.
Invito a rileggere i documenti dell’epoca e a cercare di ricostruire i fatti. Esiste una vasta letteratura in materia sia di natura storica, che politica, che economica, partendo anche da punti di vista diversi e contrapposti.

Sia Lama che Trentin furono oggetto di contestazioni di massa (il primo sul finire degli anni Settanta da parte di ampi settori della gioventù scolarizzata (il movimento del 77) che avvertiva il venire meno delle conquiste della generazione precedente, ma anche fino agli anni Ottanta da settori di base del sindacato stesso per la sua tepidezza verso il primo Governo Craxi, il secondo dai lavoratori stessi per aver subito nel 1992 l’abolizione della scala mobile e avervi posto “rimedio” nel 1993 con un accordo che non godette dell’approvazione di tanta parte dei lavoratori sindacalizzati a partire dai metalmeccanici, nonostante il sostegno dell’intero gruppo dirigente). La linea sindacale di Lama , la cosiddetta politica dei “sacrifici”, comportava moderazione salariale e rivendicativa, la linea di Trentin preconizzava (l’alleanza dei produttori) un patto stabile e codeterminato tra capitale e lavoro.

Lo stesso Cofferati (anche egli oggetto di contestazioni di massa per l’accordo sulla “riforma delle pensioni del governo Dini) si caratterizzò per la linea della concertazione.
La line attuale della CGIL- che è il prodotto della svolta di Cofferati nel 2002 e che sia Epifani che Camusso hanno mantenuto sia pure con qualche incertezza, soprattutto da parte di Epifani – parte dal riconoscimento del fallimento delle politiche liberiste e della globalizzazione ed molto, molto, molto più di sinistra della linea precedente. La base della svolta fu la presa d’atto del carattere ultraliberista dei processi di globalizzazione. Tra il Forum sociale mondiale di Genova con la sua scia di sangue violenza e il Forum sociale europeo di Firenze, si srotola il filo rosso di questo passaggio.

Una svolta tutta politica che poteva fare solo la CGIL come soggetto autonomo sulla scena politica italiana. Come ebbe a dire durante i festeggiamenti del centenario, l’allora presidente della Fondazione Di Vittorio, Carlo Ghezzi (cito a memoria): “noi non abbiamo avuto bisogno né di cambiare nome, né di cambiare bandiere”:

La differenza vera tra ieri e oggi è che la CGIL del passato era forte, contava e aveva alle spalle un grande partito comunista (anch’esso moderato e dedito ad una politica di compromesso con la DC) che contribuiva a dettare pure dall’opposizione l’agenda politica del paese e scrivervi dentro anche le rivendicazioni e il punto di vista del lavoro.

Oggi quel quadro politico non esiste più. La capacità contrattuale del sindacato è stata colpita dalla crisi economica e sociale, da una legislazione sempre più antioperaia e antisindacale a partire dal Governo Berlusconi 1, ma proseguita via via da tutti i governi successivi fino alla mazzata del Jobs act del Governo Renzi, senza nessuna forza politica che riconosca la centralità del lavoro.
Il nostro problema è qui: organizzazione debole, colpita dalla crisi economica e sociale e assenza di una forza politica proletaria di riferimento.

Milito in CGIL dal 1978, prima come delegato, poi come dirigente dal 1992. Anche io rimpiango la CGIL della mia gioventù e della mia maturità, perché ero giovane, pieno di energie e sicuro dell’avvenire radioso del proletariato e dell’umanità e vedevo il socialismo dietro l’angolo (anche se la fine del muro si allontanava sempre impercettibilmente).
L’angolo oggi è ancora più lontano.

Andrea Montagni, 18/10/2021

Commenti e note

Marco Mayer

Interessante, manca la strettissima collaborazione tra CGIL e Dipartimento di Pubblica Sicurezza del Viminale per il social forum di Firenze.
Non fu un eccezione, non solo Guido Rossa contro le BR, ma dagli inizi degli anni 70 CGIL e PS hanno collaborato contro il terrorismo.
Marco Mayer

Roberto Fossi

Non fa una grinza la memoria di Montagni, ma “quella” CGIL non era solo combattiva, anzi era ragionevole e combattiva perché guardava alle cose con l’occhio concreto di chi deve muoversi all’interno di un quadro “possibile” non sulle fantasie. Erano altri tempi, tutto quello che vogliamo, ma quella CGIL non era populista anzi, la rappresentanza era vera ed efficace perché le famose tute blu della FIOM, la maggioranza del sindacato, erano numerosissime e rivendicavano modalità di lavoro più equo, più sicuro e più pagato ma, appunto in un quadro del “lavoro” in Italia che non era sicuro, non era equo, non era pagato!

Oggi chi rappresenta? Nelle fabbriche del NORD tanti, ma tanti lavoratori leghisti che forse non ce l’avranno più duro, ma nelle praterie di Pontida con due corni su un casco ne troveremmo dimolti, venendo un pò più in giù, 5stelle a gogo. Il grillismo falso, becero e incompetente nella CGIL! 

Riguardo a Cofferati, lui a mio avviso c’entra poco con la virata sindacale, che ci fu è vero, ma nobile e adeguata perché i tempi che mutano, ma chi ha distrutto la CGIL direi piuttosto la Camusso, il peggio segretario che io possa ricordare e questa banderuola di oggi di Landini, che se anche mette qualche volta la cravatta resta il solito ignorante beneficiato dalla fortuna (visti gli stipendi che girano nelle posizioni apicali dei sindacati).

Ma tanto per capire meglio chi sono oggi, proviamo a rileggere quello che la Francesca RE David segretaria Fiom dal 2017 ha chiesto a Landini: “ma se noi siamo sempre stati NO Green pass, perché ora facciamo tutto questo casino contro di loro!!!!!!!!!!!!!!!

Ma va’ia va’ia..…
con amicizia
Roberto

Gino Benvenuti

L’intervento di A.Montagni che cerca di spiegare l’evoluzione della Cgil dagli anni ‘70 fino ad oggi tramite le varie leadership potrebbe essere un invito alla riflessione su questo “segmento sociale imprescindibile” della società italiana. Detto ciò penso a quanto Montagni scrive all’inizio del suo contributo affermando che “la memoria collettiva se non coltivata con lo studio e l’approccio critico è spesso fallace esattamente come quella individuale”. Parole condivisibili che valgono, nella loro evoluzione, anche per altre entità quali “il quadro politico”, il “mutamento istituzionale” la “forma partito”, l’analisi dei vari movimenti e quella fondamentale dei vari cicli economici.

E’ un compito improbo ma se affrontato collettivamente potrebbe essere risolto a patto però che ciò si affronti senza motivazioni autoassolutorie né tantomeno autoflagellanti. Lo spirito critico non può fare sconti a nessuno nel rintracciare il perché oggi, come dice Montagni in chiusura “l’angolo oggi è ancora più lontano”; altrimenti sarebbe un lavoro inutile.

Gino Benvenuti