C’era una volta il mondo contadino … anni ’50 da: Gino Benvenuti Flash di Un’alba- Youcanprint Self-Publishing Tricase (Lecce) 2014
Un venerdì pomeriggio vidi arrivare, mentre stavo giocando a pallone all’oratorio, mia madre. Poche parole per dire che dovevo urgentemente venire via perché la zia Nella si era aggravata e lei, quindi doveva partire subito per assisterla. Questa sorella rappresentò per noi un punto fermo, l’unica persona che non le fece mancare l’affetto, aiuti concreti e la solidarietà in momenti difficili di un dopoguerra crudele, che aveva distrutto non solo una realtà materiale ma anche imbarbarito i rapporti familiari e personali. Mia madre proveniva da una famiglia numerosissima di contadini e si capisce come l’ignoranza e la grettezza non potevano permettere di concepire che una donna vedova potesse avere avuto un figlio fuori da un rapporto coniugale e, fatto ancor più grave, si fosse ostinata a volerselo tenere contro il loro consiglio unanime di lasciarmi in un orfanotrofio. Questo il verdetto di un “tam tam” che si era diffuso quando nelle occasioni festive gli altri parenti si erano riuniti e ne avevano sfacciatamente parlato in sua assenza. Ricordo ancora nitidamente alcune visite al Poggio Imperiale, come l’unico appuntamento continuativo ritagliato in un’ottica familiare, con la famiglia della zia e quel cammino a piedi sulla passerella in legno del Ponte alle Grazie, il tragitto per la costa Scarpuccia e la costa San Giorgio fino a Fontana e Via S. Leonardo.
Sotto casa, incontrai mio cugino seduto su una Vespa e, come varcai il portone dello stabile, la mise in moto.
Mia madre scrisse alcune cose per mia sorella e mi fece delle raccomandazioni verbali: “Fai il bagno e domani mattina, subito dopo colazione, vieni dalla zia. Qui c’è il mangiare pronto. Ti lascio i soldi per il giornalino, tieni!”
Un paio di baci, un abbraccio e uscì con due borse. Dalla finestra la vidi montare sullo scooter prima che sparisse in un attimo. Rimasi in casa da solo e mi misi a leggere un libro di Salgari, in attesa che arrivasse mia sorella.
Quando essa tornò dal lavoro la informai di tutto. Entrambi andammo a letto presto per svegliarci in orario. Non era ancora l’alba che ero già nella tinozza dopo che mia sorella aveva riscaldato un pentolone d’acqua. Non amavo fare il bagno con lei, perché dopo mi riempiva sempre di borotalco. Quel giorno mi pettinò in maniera che non mi piacque e mi impomatò di brillantina. Premurosa, mi accompagnò alla fermata del tram e non trovando in edicola il numero nuovo del Corrierino dei Piccoli, mi accontentai di rileggere un fumetto di Mandrake che mi ero portato dietro. Lei comprò Grand Hotel e Sogno.
Presi il tram numero 11 che arrivò di lì a poco.
-Scendi a Fontana e prendi via S. Leonardo perché è la via più breve- mi consigliò mentre ero sul predellino- glielo dica lei quando è a Fontana- proseguì parlando con il conducente.
-Non dubiti signorina, ci penso io- rispose.
Mi accomodai per fare il biglietto ridotto mentre il controllore, salito insieme a me, stava punzonandone uno a un viaggiatore adulto.
Leggere e viaggiare da solo in tram mi piaceva e tenevo conto delle solite raccomandazioni di mia madre di non parlare con gli estranei. Purtroppo quella mattina, appena sceso il ponte del Pino, alla prima curva uno scintillio e delle imprecazioni del conduttore precedettero la fermata del tram. L’uomo si affacciò al finestrino e guardo in alto. -È uscita la puleggia, scendi un attimo che rimettiamo il contatto- disse al bigliettaio
- -È già la seconda volta che succede stamani, bisogna segnalarlo- -Dai, dai, per piacere; tira giù! A segnalare ci pensiamo dopo- insisté innervosito il guidatore. -Vado bene?- chiese il bigliettaio con la borsetta di cuoio che penzolava dalla cintura -Allenta, piano, piano… vai, forza, lascia!- urlò il conduttore. Ancora un crepitio di scintille e dei bagliori sprigionati dalla linea della corrente elettrica e infine la puleggia rientrò nel suo alloggiamento.
Il tram ripartì. Ci fu chi approfittò per salire fuori fermata e io che, interessato al ripristino, avevo osservato e ricominciai le mie letture mentre il bigliettaio tirò fuori dei moduli sui quali trascrisse dei numeri, dopo aver controllato le serie dei biglietti. Vicino a me due donne parlavano sottovoce e io con un occhio guardavo il fumetto ma con le orecchie ero interessato a sentire i loro discorsi, perché sono sempre stato una persona curiosa, espressi con un bisbiglio a volte incomprensibile. Una di esse aveva un messale in mano. Parlava della Messa in Duomo e a un certo punto argomentò:
-Hai visto quel bambino che viaggia da solo?-
-Che roba! Quella che l’ha accompagnato deve essere la sorella- rispose l’altra,
-Hai notato che giornali legge?-
-Roba da serve. Che tempi! Dove andremo a finire- concluse lanciandomi un’occhiata.
Io tacqui perché non volevo disobbedire a quello che mi aveva raccomandato mia madre.
Quando il tram entrò in piazza Donatello, le donne si alzarono per scendere alla prossima fermata e una delle due, con un sorriso antipatico, mi chiese perché viaggiavo da solo. Risposi che “mia madre mi ha detto di non parlare con estranei e mia sorella non è una serva perché studia per prendere un diploma di steno-dattilografa”. Devo essere stato buffo nel mio atteggiamento perché il bigliettaio sorrise mentre le donne stavano scendendo. Il tram continuò ancora a lungo nella sua marcia fino a che sentii il conduttore dire:
– Bambino, la prossima fermata è la tua-.
Una volta sceso mi incamminai verso il “borghetto” come veniva chiamato un insediamento abitativo composto da piccoli edifici con quasi tutte le finestre rivolte verso gli spiazzi a comune, al riparo del traffico esiguo perché si poteva solo accedere da un cancello che dava sulla strada.
Nel mio tragitto vidi solo alcune biciclette e una Fiat Topolino A grigia che procedeva quasi a passo d’uomo nella strada stretta. La giornata si preannunciava serena.
Come arrivai sull’aia, subito i due cani da caccia dello zio cominciarono, abbaiando, a farmi le feste e ad annusarmi insistentemente. Intralciarono, sormontandosi, più volte il mio cammino e rischiai di cadere. Il segugio, quasi scheletrico, dal manto fulvo a pelo raso con orecchie ampie e cadenti e un viso affilato, aveva un bubbolo che tintinnava incessantemente. L’altro più grosso era un pointer dal manto bianco e nero maculato.
Incontrai mia madre quando uscì per stendere il bucato.
Entrai in casa insieme a lei dopo che con un bastone aveva allontanati i cani.
-Non devono entrare in casa perché sono pieni di pulci…non fanno altro che grattarsi- sbottò dopo aver battuto un piede per terra per intimorirli.
In cucina dilatai le narici e sentì un profumo di pane. Sul tavolo c’era il fiasco del vino, chiuso con un tappo metallico, l’ampolla dell’olio, un filone di pane, un lungo coltello e tante mosche che si rincorrevano e svolazzavano da lì alle filze di pomodori appesi. Sulla madia una voluminosa radio, incastonata dentro un’armatura di legno massiccio, diffondeva il trillo prolungato dell’usignolo preludio delle notizie radio. Il fuoco, nonostante la stagione calda, languiva mostrando di tanto in tanto qualche bagliore. Domandai perché era stato attizzato e la mamma mi rispose “per abbrustolire il pane”.
Lei mi fece un cenno per ricordarmi di andare a salutare la zia. Appena entrai in camera lei si voltò e mi sorrise. I suoi occhi, seppur cerchiati dalla sofferenza, non avevano smarrito la serenità. Si muoveva con lentezza e respirava con difficoltà. Mi avvicinai al letto metallico sul cui frontone era appeso un rosario con un crocifisso. Le detti un bacio sulla fronte e le strinsi la mano. Con un filo di voce mi chiese della scuola e le dissi che ero stato promosso in terza. Lei prese un fazzoletto ricamato da sotto il guanciale e si asciugò gli occhi.
-Bravo, bravo bambino… studia- mi mormorò accennando a una carezza e dopo chiamò mia madre. Sommessamente le chiese di prendere il portamonete e di darmi cento lire come premio.
Ringraziai dandole ancora un bacio sulla fronte e in cucina rimirai dieci pezzi nuovi di zecca con l’immagine di un aratro e la spiga, prima di consegnarli, per paura di perderli, a mia madre che mi chiese se avevo fatto colazione. Nonostante la mia conferma prese ad affettare il filone di pane e mise due fette ad abbrustolire su una gratella. In un orecchio mi comunicò che sarebbe rimasta a dormire lì perché la zia si era aggravata.
- -Posso restare anch’io?- chiesi -Perché vuoi rimanere?- rispose lei perplessa. -La domenica i miei amici non ci sono perché vanno con i loro genitori e a casa da solo mi annoio- . -C’è tua sorella, non sei solo- ribadì mia madre. -Si ma lei sta sempre a studiare la domenica- insistei
-Ora vediamo come vanno le cose altrimenti prendi il tram nel tardo pomeriggio.. .parla piano capito?- mormorò.
Prese le due fette, vi stropicciò un capo d’aglio e dopo aver sparso sopra delle gocce d’olio, le strisciò l’una contro l’altra.
-Tieni e vai fuori a mangiare. Quando arriverà il dottore, vai a chiamare subito lo zio nel campo- .
Appena uscito di cucina mi sedei sullo scalino, ma fui subito assediato dai cani perché pretendevano qualche minuzzolo e per ottenerlo facevano dei balzi prodigiosi, specialmente il segugio che sembrava spiritato. Mi alzai e tenni alte le fette fino a che non le finii. Solo allora cominciarono a giocare tra loro sdraiandosi, rovesciandosi, scavalcandosi e lanciando qualche guaito quando il gioco diventava pesante.
Mi sedei su un cippo di quercia per rileggere il mio fumetto. Arrivò anche Andrea, un ragazzo con il quale molte volte avevo giocato a palline e mi chiese se glielo prestavo una volta finito di leggere.
-Te lo do, ma me lo devi riportare e non fare come l’ultima volta, con quello di Flash Gordon, che non me lo hai restituito risposi seccato mentre una vecchia cocker dai capezzoli pronunciati e sformati si avvicinò a lui.
Con andatura lenta cercò di insinuarsi tra me, seduto sul cippo, e le gambe di Andrea. Malferma sulle zampe posteriori, cercò di posare invano il muso sulle mie ginocchia ricevendo una carezza sul pelo fulvo e opaco. Subito si intromisero i giovani cani dello zio. Irruenti, cominciarono a girarle intorno. Improvvisamente un sordo latrato fece cambiare anche il suo sguardo che, da supplichevole e stanco, diventò cattivo e mostrò quello che restava dei suoi denti giallognoli. Irrigidita, amplificò il timbro di questo suono cupo al punto di dissuadere i giovani cuccioli. Andrea si scusò dicendo che era invecchiata; addirittura insinuò che lei avesse quasi cento anni perché gli anni dei cani “valgono sette volte quelli degli uomini”.
- -Sei sicuro?- gli chiesi stupito -Me lo ha detto uno dal veterinario perché l’abbiamo portata a farle controllare il pelo… vedi com’è chiazzata? Avevamo paura che avesse la tigna e invece è vecchiaia… bisogna farle un pastone particolare-.
Intuendo che si parlava di lei, ricominciò a scodinzolare lentamente e dopo un fischio del padre di Andrea riprese la via di casa.
Continuai a leggere fino a quando sentii il rumore di uno scooter. Immediatamente spuntò dall’angolo del piazzale interno e oltrepassandoci entrò dentro l’aia. Era il dottore con il suo Mosquito rosso e la borsa di pelle fissata sul portabagagli. Mia madre gli si fece incontro dandogli la mano dopo essersela pulita con il grembiule.
-Come sta la signora Nella?- chiese subito il medico.
Lei rispose con una smorfia e scosse la testa facendo capire che la situazione era grave.
-Venga dottore- bisbigliò visibilmente preoccupata- e tu vai a chiamare lo zio; c’hai tanto tempo per leggere il giornalino- mi ordinò. Sfilai una corsa verso il campo e vidi che lo zio era là, piegato che falciava con alacrità con un cappello in testa.
- -Zio, zio è arrivato il dottore- gridai. -Quando sei arrivato Nini?- mi chiese. -Da poco- risposi ansimante -Dammi un bacio- chiese porgendomi la guancia. -Certo!-.
Lo zio appoggiò l’attrezzo a un tralcio di vite e la fiaschetta di vino per terra dopo aver bevuto un sorso; insieme ritornammo verso casa.
Quando vi arrivammo, il dottore era seduto al tavolo e parlava con mia madre. Lo zio appena lo vide, si tolse il cappello e chiese notizie di sua moglie. Venne informato della situazione e quando fece per andare nella stanza venne trattenuto.
-Aspetti un attimo le ho messo le mignatte nella zona del fegato. Tra poco si staccheranno da sole e potrà entrare- .
Domandai a mia madre che cosa fossero le mignatte e lei rispose “sono le sanguisughe”. Incuriosito avrei voluto vederle, ma mia zia era spogliata e non potevo entrare in camera. Il dottore mi promise che me le avrebbe fatte vedere e così dopo una decina di minuti, osservai quelle bestioline scure che si contorcevano dentro un barattolino. Il dottore venne pagato e non disdegnò un bicchiere di vino. Prima di uscire lo zio gli chiese di aspettare un attimo.
-No; non importa- rispose il medico intuendo che cosa aveva in mente lui.
Infatti tornò dopo un attimo, accompagnato da un disperato svolazzio di penne di una gallina a testa in giù, impugnata per le zampe.
Mia madre si offrì di spennarla subito nell’aia. I cani si avvicinarono ma furono presi a calci e uno di essi guaì. La gallina venne incartata e messa in una borsa di paglia e il dottore, dopo aver ringraziato, montò sul suo ciclomotore.
-Mi raccomando le medicine per il pomeriggio- ricordò mentre pedalò a lungo per metterlo in moto.
-Mando mio figlio a prenderle-
-Si ricordi, tre volte al giorno subito dopo i pasti- precisò dopo aver salutato.
Mia madre con lo zio si mise d’accordo sul pranzo che avveniva, con una precisione incredibile, sempre a mezzogiorno durante tutti i giorni. Arrivò in orario un mio cugino che andò subito a salutare la madre. Io lo seguii.
-Mamma come state?-
-Come ieri- fu la risposta della zia che sonnecchiava.
L’altro mio cugino ritardò e lo zio, impaziente, aspettò prima di iniziare a mangiare, poi imprecando prese la bicicletta e andò “all’appalto” come si chiamava quel luogo dove si vendevano sali, tabacchi e alimentari, che fungeva anche da bar dove i giovani si riunivano spesso prima di andare a pranzo nei giorni festivi. Rientrarono dopo pochi minuti entrambi; lui in bicicletta mio cugino a ruota in motorino. Non aveva voluto sorpassarlo. La minestra si era già raffreddata, ma io non ero impaziente di iniziare. Mi guardai attorno per capire il silenzio di mia madre e dell’altro cugino. Lo zio, prima che suo figlio si sedesse, minaccioso lo avvertì, battendo il pugno sul tavolo, di non fare ritardo un’ altra volta perché “è una mancanza di rispetto verso di me e verso tutti”. Era inflessibile su questa regola. Mio cugino si provò a controbattere e allora la vidi brutta. Solo l’intervento dell’altro figlio e di mia madre che barcollò per una spinta, evitò il peggio, ma io mi impaurii.
-Mangia Nini, non è nulla, sono cose che capitano- mi rincuorò lo zio -con te faccio i conti dopo- proseguì rivolgendosi al figlio minore.
Iniziammo a mangiare come sempre, dalla primavera in poi, con la porta aperta. Oltre la tenda di cannucce, che tintinnavano quando qualcuno la sfiorava, si sentì pesticciare.
-Si può?- chiese una voce giovanile.
-Vieni vieni- rispose lo zio senza sapere chi ci fosse fuori.
Un giovane con delle orecchie enormi e i capelli a zazzera aprì la tenda e fece ingresso in cucina.
- -Siediti- affermò lo zio mentre mia madre serviva il pranzo.
-Scusate se vi disturbo-.
-Non disturbi; Bruna dagli un bicchiere e serviti!-.
-Non posso bere… devo mangiare –
-Il vino fa bene, bevi bevi- insiste lo zio Emilio dopo aver impugnato il fiasco – che c’è di nuovo?- proseguì guardandolo negli occhi.
-Mi manda il babbo perché la mucca ha dei problemi… e poi bisogna guardare i ferri al cavallo-.
-Dopo mangiato devo andare un’ora nel campo e poi nel pomeriggio vengo… salutami il mugnaio-.
-Grazie, grazie- rispose il giovane alzandosi- arrivederci e scusate- proseguì mostrando un certo imbarazzo.
I cugini domandarono allo zio che cosa faceva quel ragazzo dal cranio allungato e dal mento aguzzo su cui mostrava una piccola voglia di vino.
-Studia, vedi com’è educato e pulito?. Il su’ babbo in vita sua si sarà lavato tre volte; battesimo, prima comunione e matrimonio- rispose agitando tre dita della mano.
-Avrà un futuro – mormorò un mio cugino.
-Come no! Ma io non lo invidio proprio. Come si sta bene nel campo all’aria aperta e come sono contento dopo aver falciato quando vedo il mio lavoro! Mi ci vedi con una penna in mano, chiuso in un ufficio con qualcuno che ti comanda a bacchetta? – insisté lo zio.
Con questa battuta si tornò a sorridere davanti al tavolo ma io non condivisi queste parole.
Dopo pranzo ognuno tornò al proprio lavoro. I cugini uscirono in fretta, lo zio riprese la via del campo, mia madre sistemò la cucina e dopo stette in compagnia con la zia Nella.
Io mi misi a leggere un giornale di mio cugino che parlava di caccia e pesca. Non capivo niente e mi limitai a guardare le foto in attesa di incontrare altri ragazzi per giocare a carte o a palline, utilizzando una grande pista con rettilinei e dislivelli, costruita con l’aiuto di qualche genitore. I miei amici invece arrivarono con un mazzo di carte e si sedettero sul marciapiede. Erano in quattro e io mi misi a guardare il gioco. Nel frattempo arrivò un gruppo di donne per salutare la zia. -Sei il figliolo della Bruna?- mi chiese una donna.
Alla mia conferma mi ripeté perché non era la prima volta che sentivo questa storia, che ero stato salvato dal latte di una mucca che lo zio aveva nascosto in una cantina, al riparo dalle razzie delle truppe tedesche e che si ricordava bene di quando avevo poco più di un anno. Mi alzai e le accompagnai in casa.
Mia madre fece per loro, in via straordinaria, il caffè e offrì anche dei cantuccini con il vin santo. A turno una donna andò a parlare con la zia. Parole di conforto e di comprensione per lei che pochi anni prima divideva con il marito i pesanti lavori nei campi e che adesso era relegata a letto, quasi inferma.
Le donne si congedarono e mia madre fece loro un cenno di fermarsi nell’aia. Probabilmente le ragguagliò sui particolari della malattia, parlando con tono dimesso quasi bisbigliando e, quando ripresero la via di casa, alcune di loro scossero la testa. Una di esse si fermò davanti a me, estrasse dal grembiule un fazzoletto e se lo strofinò sugli occhi inumiditi prima di soffiarsi rumorosamente il naso.
Estromesso dal gioco, non ebbi la voglia di stare lì a fare da palo. Mi ero appena seduto sul cippo, quando lo zio di ritorno dal campo, mi propose di andare con lui dal mugnaio.
-Come si va?- gli chiesi.
-Col calesse…ora preparo il cavallo e dopo un’ora saremo di nuovo qui-.
-Lo dico alla mamma- risposi raggiante.
Lei mi chiese se volevo fare merenda ma, nel timore di far ritardare lo zio, risposi che non avevo fame e l’avrei fatta al ritorno.
Lo zio entrò nella stalla e, tenendo il cavallo per le briglie, le legò a doppio nodo al tronco di un ulivo. Un nitrito parve comunicare che anche lui si aspettava una giornata diversa e, nell’ attesa, mosse ripetutamente la lunga coda bionda per scacciare i tafani fastidiosi che lo disturbavano posandosi sul dorso e sulle zampe. Quando un paio si fermarono sulle sue caviglie fini, pesticciò mansueto. Nel frattempo lo zio nella stalla tirò giù le stanghe del calesse e, dopo aver aperto entrambe le ante della porta, lo portò al centro dell’aia. Il cavallo nitrì ancora. La bestia libera dai lacci, venne inserita tra le stanghe e in breve lo zio era già pronto per partire con una scatola di arnesi che mise sul sedile tra lui e me.
-È lontano?- chiesi mentre il cavallo aveva già cominciato a trottare.
-Saranno cinque chilometri; forse qualcosa di più- .
-Perché hai portato le tenaglie e il martello?- .
-Devo controllare gli zoccoli- rispose lo zio facendo schioccare la frusta.
La giornata si manteneva assolata e sgombra di nubi.
Quando arrivammo dal mugnaio vidi un complesso rurale con le finestre cadenti e l’intonaco crepato e, soprattutto, sentii il puzzo che proveniva dallo stalletto dei maiali vicino all’abitazione. L’edificio era molto più ampio di quello dello zio, come il piazzale che ospitava due trattori e tre carri agricoli. Il calesse bloccato con la martinicca venne messo all’ombra e una stanga fu fissata con una corda a un albero. Arrivò una fiammante Balilla che, dopo una manovra, si assestò davanti al portone di casa. L’autista scese e apri una portiera posteriore. Ne scese un uomo ben vestito con una camicia dal collo inamidato che, dopo aver tagliato un sigaro con il trincetto apposito, cominciò a diffondere boccate di fumo intorno a lui.
-C’è nessuno?- chiese ripetutamente l’autista mentre in disparte osservai quell’uomo che in un giorno di calura era vestito con giacca e corpetto. I pantaloni con la risvolta gli sfioravano i lacci delle scarpe marroni. Ordinò di prelevare una valigia dal portabagagli e la sistemò sopra il sedile anteriore. In attesa, l’autista prese un secchio abbandonato nell’aia. Lo riempì di acqua e con una spugna si mise a pulire i vetri dell’auto.
Nell’aia un brulichio di persone erano indaffarate per conto proprio e lo zio si guardò attorno, ma fu quasi ignorato. Un contadino magrissimo, con un cappello abbondante che si fermava sull’orecchio e con una pancia enorme, poco distante da dove lo zio aveva fermato il calesse, con un corno di bue legato alla cintola, cominciò a guardarci in silenzio. In pantaloni corti, scalzo, coperto con una canottiera di cotone laida e grigiastra, mostrava una cicatrice su una spalla.
Raccolse un arnese che lo zio chiarì essere la falce fienaia.
-Ce l’ho anch’io… l’hai vista quando sei venuto nel campo?-
-Sì, sì me lo ricordo- risposi.
-Stai attento, ora comincia ad affilarla con la pietra- puntualizzò ancora.
Infatti, estratto dal corno di bue una pietra scura e messa per obliquo la falce, cominciò a passarla sulla lama. Di tanto in tanto la bagnava e ricominciava con gesti lenti a strofinarla sul metallo.
Stare lì non era spiacevole e lo zio mi aveva detto che era andato altre volte dal mugnaio, ma questo giorno, aveva poco tempo e poca pazienza. Si mosse verso la stalla e, prima di arrivarvi, vide un uomo con il corbello e un fazzoletto annodato ai quattro angoli che gli copriva la testa e camminava a fatica. Gli si avvicinò e gli chiese:
-Buon giorno buon uomo! Dov’è il mugnaio?-
-È con un contadino nel campo dietro il mulino… glielo chiamo ?-
-Sì, intanto aspettiamo qui- .
L’uomo posò il corbello a terra e con andatura dondolante arrivò vicino a un filare di granturco. Lanciò un urlo al mugnaio dicendo che c’era una persona ad aspettarlo. Anche l’autista della Balilla aveva chiesto che venisse chiamato il mugnaio e nel frattempo, finita la pulizia del vetro, prese la valigetta dall’auto, dopo una richiesta del proprietario che, con un pollice inserito sotto il corpetto, continuava a fumare passeggiando. Mi risultò antipatico, visto che chiese all’autista uno straccio per pulirsi le scarpe e non parlava con nessuno. Sembrava disgustato di quell’ambiente e con il suo volto allampanato osservava in continuazione le sue unghie.
Nel frattempo, lo zio mi chiese se volevo entrare nella stalla con lui quando sarebbe arrivato il mugnaio e io gli risposi di sì.
-Ricordati di tenere le mani in tasca perché qui come tocchi ti sporchi…il mugnaio è più sudicio d’un baston da pollaio-
-Va bene- risposi mettendole subito tra l’elastico dei pantaloni e la maglietta.
Un improvviso alito di vento, mi ricordò di essere vicino allo stalletto dei maiali da dove giungevano dei grugniti, dopo che un contadino vi aveva rovesciato un secchio di avanzi.
Gli immancabili cani e gatti facevano da decoro all’ambiente. Mentre il cane legato alla catena cercava di mostrare la sua gioia tirandola, un paio di gatti a pancia all’aria si godevano sonnecchiosi il sole e le galline indisturbate beccavano qua e là. In ciò, quel luogo era molto più vario e animato di quello dello zio.
In attesa del mugnaio, davanti alla stalla vedemmo arrivare una donna scalza con delle fascine di legna sulla schiena. Arrancava e di lì a poco le depositò a terra liberando un gran respiro. Pezzuola in testa fermata con una forcina, volto magro e veste abbottonata davanti. Trasse un fazzoletto di tasca, si asciugò il viso, salutò lo zio e lo invitò in casa a bere. Accortasi della mia presenza, mi chiese se anch’io avevo sete. Le risposi di sì e mi invitò, prima di chinarsi per raccogliere le fascine.
-Aspetta, le porta il mi’ nipote le fascine in casa… magari ti chiedo il favore di pensare prima al cavallo, può darsi che abbia sete- suggerì lo zio.
Depositai il fardello vicino al paiolo fuligginoso e, una volta accudito il cavallo, la donna rientrò in casa. Tirò fuori da una ghiacciaina una bottiglia di cedrata di cui ero ghiotto. Due mosche si posarono sul tappo della bottiglia. Girarono attorno, si incrociarono, una sormontò l’altra e dopo volarono via a un cenno della donna. Sull’angolo della tavola vicino a una buccia, altre due mosche cominciarono a strofinare le zampette, quasi a rallegrarsi di questa lauta opportunità. La donna prese la paletta dal manico lungo e la reticella metallica e con un colpo ne spiaccicò una. L’altra ronzando volò verso una filza di pomodori appesi. Con la manica della veste, pulì il tavolo e si rimise a parlare con lo zio. Prima di servirmi notai un uomo con una scodella in mano che faceva capolino da una stanza. La donna lo invitò a mangiare tranquillo a tavola:
-Babbo sedete!… sono amici, non vi preoccupate-.
Tirò un sospiro di rassegnazione e lo zio tacque. L’uomo si sedette con lo sguardo intimorito. Magrissimo, con gli occhi pesti e la barba trasandata, cominciò a ingoiare il brodo succhiandolo rumorosamente dal cucchiaio che infilava in maniera quasi furtiva nel piatto. Di tanto in tanto si fermava e come di soppiatto, ci lanciava delle occhiate prima di ricominciare ad aspirare il brodo con le labbra serrate sul cucchiaio. Appena finito si eclissò.
-Non esce più ormai!- commentò con tono remissivo la donna nel portare via il piatto e le posate- servitevi da bere- proseguì indicando le bottiglia con tante bollicine che mi davano un senso di frescura. Quando andavo a pranzo, dallo zio, ero io che chiedevo di preparare l’acqua frizzante. Prima una bustina bianca e dopo quella azzurra e subito chiudevo la bottiglia appoggiando il palmo della mano sul tappo dalla guarnizione di gomma. Per impedire che l’acqua uscisse dalla bottiglia,spingevo sul ferro collegato al tappo la cui torsione ne garantiva la chiusura ermetica. Osservavo soddisfatto l’acqua che ribolliva liberando le bollicine fino a che, esaurite, si poteva togliere il tappo. Il gas, se si sciabordava la bottiglia, aumentava, e a volte l’acqua bagnava il tavolo senza tovaglia. In quel momento bevvi con ingordigia e tutto d’un fiato, come lo zio che accettò un bicchierino di vin santo. Dissetati, tornammo sull’aia e la donna disse:
-Vado a chiamare il mio marito… è nel campo-
-Non ti disturbare, c’è andato il contadino… caso mai ci andiamo noi, tanto so dov’è-.
- Ma non potevamo andare nel frattempo nella stalla per vedere le bestie?- chiesi per la voglia di vedere qualche animale.
-Scherzi?. La stalla è come una cassaforte; si apre solo quando c’è il padrone.. .sarebbe un affronto- precisò lo zio.
Ci incamminammo in un viottolo per incontrare il mugnaio che evidentemente aveva molto da fare. Le farfalle sciamavano con il loro volo originale, e sentivamo il gracidare, senza vederne una, delle rane nel fossetto. Gli alberi erano carichi di frutta e lo zio, fermandosi, tirò a sé un ramo e prese delle susine.
-Tieni, queste sono Claudie e sono mature- sentenziò sputando il nocciolo.
Ne mangiammo più di una prima di riprendere il cammino. Eravamo a metà del viottolo quando incrociammo il mugnaio insieme al suo cane. Volto bruciato, barba ispida e nera, camicia a scacchi sdrucita, canottiera di lana e fazzoletto al collo per non far scivolare il sudore nelle rughe profonde. Con una voce rauca rispose al saluto :
-Scusate Emilio ma mi sono dovuto trattenere con il contadino-.
Poi divaricò le gambe e si mise in braccia conserte.
Mi guardò con fare sospettoso chiedendo chi fossi e prese a grattarsi sotto il mento.
-È mio nipote; che problemi ci sono con la mucca?- domandò lo zio.
-Venite, vi faccio strada-.
Arrivammo alla stalla in fila indiana; mugnaio in testa, dietro lo zio e io in coda, mentre un cane scodinzolava e annusava tutti. L’autista si fece avanti interponendosi tra noi.
-C’è il mio padrone che la sta aspettando da un quarto d’ora- bofonchiò con un tono di rimprovero.
-Sentite un attimo… le bestie sono importanti per me, più dei cristiani- rispose spazientito il mugnaio.
Io seguivo come un’ ombra lo zio e davanti alla stalla gli chiesi:
-Entro anch’io?-.
-Sì almeno vedi qualcosa-.
-Volete un sgabello Emilio?- chiese il mugnaio.
-Ora no- rispose lo zio togliendosi di bocca il sigarino prima di sputare per terra.
Il ciuco, vedendoci, cominciò ragliare.
Lo zio cominciò a toccare le mammelle alla mucca e la sua diagnosi fu rapida:
-Mastite. Ci vuole urgentemente il veterinario; non c’è un attimo da perdere- affermò con tono sicuro.
Il mugnaio si lasciò andare a una sfilza di bestemmie e accidenti. Per un attimo il suo volto rinforzò quella sua espressione da orco.
-Se non la smetti ti bastono- gridò al ciuco che nel frattempo continuava a ragliare insistentemente.
-Dategli delle carote… ha visto delle persone e vuol esser considerato- suggerì lo zio senza alzare la testa.
Il mugnaio tacque e cominciò a grattarsi la schiena. Seguii interessato gesti e parole e rimasi in silenzio, leggermente defilato anche quando lo zio successivamente passò a esaminare il cavallo. Vidi che cominciò ad accarezzarlo e, goloso, apprezzò dei frutti che tolse dalla tasca della giacca. Riuscì a fargli alzare la zampa e, ponendosi di lato, afferrò lo zoccolo. Di tanto in tanto la bestia scuoteva la testa.
Lo zio si fece passare il panchetto e mi intimò di non avvicinarmi.
-Vedi come ci vado piano? Gli ho dato delle carrube immerse nello zucchero e mi conosce. Si può imbizzarrire, perché sono sempre bestie e poi esiste sempre il rischio di un calcio-.
Ubbidii e mi spostai verso l’ingresso. Un cane insistente cominciò ad annusarmi e, per togliermelo di torno, raccolsi un sasso e lo lanciai lontano. Subito il cane si precipitò verso di esso, lo afferrò e lo depositò, bagnato, di nuovo ai miei piedi in attesa che lo rilanciassi.
Dopo una decine di volte mi ero stancato e lo zio aveva nel frattempo cambiato i ferri al cavallo. Il mugnaio, che non si era allontanato un attimo, lo aveva seguito con uno sguardo preoccupato e inquisitorio. Uscirono insieme dalla stalla e parlarono sulla porta della necessità di prendere subito le medicine per la mucca e dopo si misero a trattare quanto pattuito. Il mugnaio mi parve soddisfatto del lavoro fatto dallo zio. Ero accanto a loro quando il cane, per giocare, saltellando sul sasso lo indirizzò verso i nostri piedi. Infastidito il mugnaio gli tirò una nerbata con un salcio. Con un gesto cattivo gli intimò di stare fermo e il cane, con gli orecchi abbassati, cominciò a strisciare, guardandolo supplichevole mentre noi ci dirigemmo verso il calesse.
-Venite in casa a bere- propose il mugnaio
-Sarà per un’altra volta… devo tornare nel campo; grazie-
-Aspettate vi do una cosa- insiste stendendo la mano quasi a volerci fermare.
Accompagnati dal frinire delle cicale, avevamo appena fatto un semicerchio nell’aia e superata la Balilla, quando ci arrestammo. Il mugnaio ricomparve sull’aia con una cassetta di frutta ricoperta da uno strato di foglie che appoggiai sulle mie gambe e riprendemmo la via di casa a trotto sostenuto.
-Perché le foglie sulla frutta?- domandai osservando la cassetta piena
-Per mantenerla fresca- spiegò lo zio.
Mi era rimasto impresso il vecchio con il suo volto allucinato e impaurito e domandai che malattia avesse.
-Quella di avere un genero di merda- mi rispose lo zio con la sua solita franchezza- appena quell’uomo si è ammalato di testa, per la paura che si sapesse a giro, l’ha chiuso in casa perché si vergognava…che non ti scappi detto a giro…io lo dico perché lo so- precisò lo zio.
Appena ritornammo a casa, sull’aia i miei amici, abbandonarono per un attimo la partita a carte e si portarono vicino a me, incuriositi, da questa passeggiata. Mentre lo zio riportò il cavallo nella stalla e sistemò il calesse, raccontai che avevo visto cambiare i ferri al cavallo e lo avevo accarezzato, cosa non vera. Loro tornarono al gioco e io portai in casa la frutta e dopo mi misi a osservarli. Lo zio, prima di andare a far visita a sua moglie, governò il cavallo con un’ abbondante balla di fieno e lo asciugò dal sudore. Dei nitriti riempirono la stalla. Mia madre mi chiamò ricordandomi che dovevo fare merenda e incrociai lo zio che sulle spalle aveva issato lo strumento per irrorare le viti e lo provava da una parte azionando la leva, una bacchetta metallica, prima di tornare nel campo. Una sostanza azzurra uscì dal tubo che culminava come un innaffiatoio, con un cappuccio di ferro traforato con piccoli fiorellini.
In casa, mia madre, mi fece scegliere se preferivo pane con vino e zucchero oppure con il burro che mi sembrò molto giallo. Domandai come mai avesse quel colore e non bianco come quando lo prendevamo dal pizzicagnolo. Mi fu risposto che il burro lo faceva direttamente lo zio ed era sicuramente migliore di quello che si vendeva in città. Un ragazzo entrò in casa e chiese a mia madre se mi mandava a giocare con loro perché sarebbe iniziata la gara di palline.
-Ora deve fare merenda- fu la risposta perentoria mentre io, annuendo, feci l’occhiolino all’amico.
I morsi convulsi mi procurarono difficoltà a deglutire e a un certo punto cominciai a lacrimare. Bevvi immediatamente un po’ d’acqua e liberai un respiro. Sentii chiamare ma avevo ancora una fetta e allora la partita iniziò senza di me. Quando arrivai vicino alla pista i miei amici avevano già fatto un giro, ma la cosa non mi disturbò più di tanto. Al posto mio un genitore, sempre prodigo di consigli quando non giocava, stava dando un biscotto alla pallina che, per il troppo impulso, finì fuori del circuito restando penalizzato per tre giri, come dicevano le nostre regole e ne fui contento. Rientrai in casa e chiesi se potevo restare a dormire perché altrimenti si faceva tardi e mia madre mi rispose di sì. Mi misi fuori all’ombra perché mi sentii escluso dal gioco e non sapevo che fare ma ero contento di poter restare a dormire a casa dello zio. Un uomo sulla cinquantina, con a tracolla una custodia di pelle, entrò lentamente nell’aia con una Lambretta che mise subito sul cavalletto. I miei amici interruppero per un attimo la loro partita e circondarono lo scooter. Era un modello nuovo con la messa in moto a pedale. L’uomo li ammonì di non montarci sopra perché la moto poteva cadere.
Mi chiese dello zio e gli risposi che era andato nel campo con l’apparecchio per dare il ramato.
-Anche di sabato?-.
-Non lo so perché- risposi.
Nel frattempo mia madre si affacciò sulla porta e scostando la tenda invitò l’uomo ad accomodarsi e io lo seguii.
Una volta in casa l’uomo chiese notizie di mia zia e mia madre sospirando rispose “un po’ meglio”.
-Si può salutare la signora?-.
-Aspetti ora glielo dico- rispose portandosi in camera.
Ritornò in cucina e fece cenno che si poteva accomodare perché non dormiva. Io lo seguii.
La zia si era seduta sul letto con un cuscino a contrasto e indossava uno scialle di seta. Poche parole e l’uomo si congedò. Mia madre, gli porse il fiasco di vino perennemente piazzato sul tavolo, e mi ordinò:
-Vai a chiamare lo zio, corri! Digli che è arrivato il Merlo!- L’uomo si servì e io sfilai una corsa. Quando arrivai sul bordo del campo, lo zio stava irrorando delle viti azionando il suo stantuffo.
Lo raggiunsi tra i filari e giunto vicino gli gridai:
-È arrivato il Merlo; vieni!-
-Digli che arrivo tra un quarto d’ora devo sistemare dei tralci e fammi trovare pronta dell’acqua calda- rispose mentre continuava a pompare con la canna in mano
Ripresi a correre e dopo, ansante, feci ingresso nell’aia dove mia madre si intratteneva a parlare con l’ospite.
-Gliel’ho già detto allo zio; mi ha risposto che arriva tra un quarto d’ora e vuole trovare dell’acqua calda- conclusi affannato.
-Grazie bambino- rispose l’uomo prima di accendere un sigarino. Subito l’ospite si attivò per mettere in funzione un fornellino da campeggio a gas perché accendere il fuoco sarebbe stato troppo lungo. Quando lo zio rientrò, era visibilmente stanco. Sbuffava e sulla soglia inarcò la schiena, salutò e si libero dell’attrezzatura mettendola nella stanza che fungeva da ripostiglio, dove lo zio e i miei cugini, accaniti cacciatori, tenevano tutta la roba che serviva per il loro hobby preferito. Vidi di sfuggita, per la prima volta i fucili da caccia di tutta la famiglia oltre a quello che teneva sempre appoggiato sulla madia. C’erano che c’erano anche tante altre cose, come una galena e due maschere antigas prima che chiudesse la stanza per sedersi poi vicino al catino di acqua bollente. Si tolse gli scarponi e i calzini di lana da cui, come la camiciola, non si separava mai e dopo versò dell’allume nel catino. La mamma andò nella camera della zia e aprì un cassettone. Sentii immediatamente un odore di gelsomino spandersi per tutta la casa. Prelevò un asciugamano pulito e lo volli annusare.
-Questo è per lo zio… a te ne darò un altro- chiarì mia madre
-Hai le ginocchia sporche. Vai alla pompa dietro casa e lavati. Questo è il sapone e questo l’asciugamano!-.
-Subito-.
Pulito e rinfrescato, riconsegnai l’asciugamano e il voluminoso sapone, che seppi dopo chiamarsi “di Marsiglia”, a mia madre prima di bere un bicchier d’acqua.
Le mosche fastidiose volteggiavano tra le filze di pomodori e la madia e io con la paletta cercavo di ucciderne il più possibile.
-Aspetta; prima di cominciare i piedi beviamoci sopra disse lo zio rivolgendosi all’amico -Bruna portaci il fiasco e due bicchieri-.
Mia madre li servì prontamente e aggiunse che per mezzora avrebbe avuto da fare perché doveva fare il bagno e un massaggio dietro la schiena alla zia, e non poteva lasciarla sola.
Io rimasi in compagnia degli uomini che cominciarono a parlare della caccia perché il giorno dopo cioè domenica volevano fare una battuta. Lo zio borbottò per un gonfiore alla caviglia, che faceva scomparire il tallone, e per un callo sul mignolo. Mise il piede, dopo aver depositato fiasco e bicchieri sul ripiano del camino, su una sedia, e cominciò a strofinarselo con la pietra pomice.
- -Come si sta bene con i piedi puliti!- affermò mentre se li frizionava con l’asciugamano.
Contento osservò il suo lavoro, mentre mia madre fece la ricomparsa in cucina.
-Ho già fatto tutto; se vuoi andare a salutarla- ricordò mia madre.
-Sì ma mi ci vogliono i calzini di lana-.
-Un attimo e te li porto- .
Mia madre come un folletto sparì e ricomparve immediatamente. Vuotò il catino di acqua sporca, prese lo spazzolone e il cencio e ripulì la cucina.
-Mamma chiedi allo zio se posso andare con loro a caccia-
-Nemmeno a parlarne… è roba da grandi. Non fatelo confondere –
Lo zio ridacchiò. Andò a salutare sua moglie e ne approfittai anch’io senza pensare di essere invadente.
Lei sorrise mestamente e gli strinse la mano segnata sul dorso da piccole macule. Notai anche il suo pallore e le cornee giallognole.
Uscito di camera chiamò l’amico ed entrarono nella stanza dove c’era tutto il necessario per la caccia: polvere da sparo, bilancia, cartucce e tappini per chiuderle, bilanciere, piombini, richiami e gabbie. Lo zio si voltò e mi fece un gesto per avermi con lui. Ero contento di stare tra i grandi, sentire i loro discorsi, imparare qualcosa di quel mondo sconosciuto, per uno come me che abitava in città.
Si respirava un odore strano. Stetti a sentire le loro conversazioni senza interferire. Seduto su una cassetta da frutta sentivo disquisire su tipi di caccia, sul dosaggio delle cartucce, sui fucili di questo o quell’altro amico.
-Quello che cosa è ?- chiesi indicando una specie di fischio.
-Un richiamo-.
-Me lo fai sentire?-.
-Subito… è un richiamo per i tordi ma domani andiamo alla lepre-.
-Oddio, non gli dar retta allo zio. Si tira a tutto quello che si muove- ridacchiò strizzandomi l’occhio.
Un rumore e un prolungato abbaìo segnalarono l’arrivo di qualcuno.
-Permesso?- sentii dire.
Lo zio si alzò e sulla soglia della stanza, vide un suo amico e lo invitò ad accomodarsi. Venne accolto con grandi strette di mano e pacche sulle spalle e mi salutò strofinandomi la mano sui capelli, una cosa che odiavo. Lo avrei voluto prendere a calci ma mi limitai a sbruffare.
-Dove li metto? – domandò indicando i suoi due cani al guinzaglio- se li lascio fuori ci sono quegli altri e succede casino. Lasciarli in macchina è peggio che mai.
-Aspetta, guarda come si fa, così si sta tutti più tranquilli. C’è mia moglie che non sta bene – propose lo zio uscendo. Uscì di casa, afferrò i suoi per la collottola e li trascinò nella stalla prima di legarli, per paura che spaventassero il cavallo. I cani dell’amico invece fecero rientro nell’auto e per un po’ poterono parlare in pace. Sull’aia discussero e si accordarono sul luogo, che non era molto lontano, e sui cani disponibili.
-Quattro bastano…Uno a testa. Io porto il segugio che per la lepre è un fuoriclasse; magari te, portane due perché sono scarsi- sogghignò lo zio strizzandomi l’occhio.
-I miei ti portano gli animali anche senza sparare. Quella è una setter irlandese, semplicemente formidabile- aggiunse indicandola, seduta dritta, con il bellissimo pelo fulvo, accanto alla guida. Impettita, sembrava capire che parlassero di lei. L’uomo era arrivato con una Lancia Ardea. Io mi misi a guardarla perché non se ne vedevano molte mentre i cani, sentendosi minacciati, cominciarono ad abbaiare. Guardai dentro ma non la toccai.
-Quando l’hai comprata ?- chiese lo zio.
-Una settimana fa mi si è presentata questa occasione-.
-Diciamo che hai fatto un affare perché aveva bisogno di soldi-
-Sì ma non l’ho strozzato- precisò il padrone dell’auto quasi scusandosi.
-Sarà ma ti conosco, mascherina!- commentò l’altro amico dello zio.
Rimasero a parlare ancora e adesso il cielo sereno cominciava a prendere un altro colore. La luce era più diffusa e il volo degli uccelli più lungo. Capii che stavano aspettando l’ultimo della compagnia perché era andato a fare la sgambatura con la cavalla. Il tempo di rammentarlo che, imponente, si presentò davanti a loro con le briglie allentate.
-Altro che macchina guardate che bestia!- esclamò l’uomo con enfasi – ma te non ci puoi andare; sei troppo vecchio- ironizzò rivolto allo zio.
-Vecchio io? Ora te lo fo vedere- rispose portandosi a ridosso della cavalla, uno splendido esempio di baio dal pelo lucido, che faceva oscillare il muso.
Una volta sceso, l’uomo lasciò le briglie allo zio che cominciò a farla girare intorno e dopo la accarezzò vicino alla bocca.
-Vai a prendere gli zuccherini- mi suggerì lo zio- la tu’ mamma lo sa dove sono; dopo ti porto io a fare un giro… glielo faccio vedere io chi è vecchio- proseguì facendo girare la bestia.
Lei per risposta piegò la testa su una parte, mettendo in tirare le briglie e sventolò la folta coda, facendo risuonare gli zoccoli. Questo improvviso scarto venne letto come un segno di nervosismo e il padrone riprese le briglie. Seguì un nitrito e una carezza.
-Lo porto io il bambino… a volte è ombrosa- chiarì l’uomo.
-Vai Nini- mi suggerì lo zio.
Io non sapevo come montare ma l’uomo mi sollevò di peso e mi dispose avanti a lui quasi a contrasto con la fine della sella arabescata.
-Reggiti al pomo della sella e tieni le cosce molto strette, come se tu dovessi stringere il cavallo- mi consigliò.
Sotto lo sguardo divertito di mia madre e dello zio, la bestia cominciò a camminare. Feci il giro di un’altra aia adiacente e percorsi tutto il viottolo. Vidi dei miei amici comparire sulla porta di casa indicandomi. Giunto in fondo prima dell’inizio dei campi, con una lenta giravolta la bestia riprese il piccolo passo e ritornai a casa dello zio. Venni scaricato e ringraziai. Mi sembrava di essere in un film western e già immaginavo la curiosità dei miei amici quando, a casa mia, glielo avrei raccontato. Prima che l’uomo si congedasse al piccolo trotto, ricordò che sarebbe passato lui a prendere lo zio con il motocarro telonato, perché così sarebbe stato più comodo portare tutto il necessario. Gli altri si sarebbero fatti trovare nel posto concordato. Il Merlo salutò tutti e provò a mettere in moto la Lambretta. Non ci riuscì subito. Io pensai che i miei amici gli avessero toccato la manopola del gas oppure il carburatore. Alla fine, imprecando, prese una lunga rincorsa, ci montò sopra a cavalcioni e avvolto da una grande nuvola di fumo si allontanò. Prima di congedarsi, l’ultimo della compagnia, rimasto sull’aia, aprì l’auto e fece scendere i cani e anche lo zio liberò i suoi. Fine della pace.
Usciti dalla stalla, cominciarono un carosello nell’aia, dando libero sfogo alla loro energia. Tutti contro tutti. Fu una sequenza di corse, guaiti, code impazzite, improvvisi pruriti e un abbaiare infernale che si sentiva da lontano.
Appena se ne avvicinò uno, feci per carezzarlo ma un altro, geloso, con un balzo s’interpose e mi leccò una mano prima di annusare freneticamente il terreno. Erano indiavolati. Il segugio si contorceva facendo risuonare il bubbolo. Chiedeva di essere accarezzato ma, per il fatto di essere stato di recente morso da un cane randagio, avevo un po’ di timore Si mise per terra e, raccogliendo le zampe al petto, mi guardava insistentemente, ma io lo ignorai. Improvvisamente si sede e cominciò a grattarsi furiosamente dietro l’orecchio liberando un gemito. Il quarto, un cane dal pelo lungo, di piccole dimensioni con fattezze che mai avevo visto, abbaiava in continuazione senza partecipare a questa esplosione di gioia. Fermo accanto al padrone, quando vide che la sua compagna di giochi venne insediata dal pointer, digrignò i denti emettendo un rauco latrato. Drizzò il pelo e gli uomini furono costretti a dividere i cani. Fu l’occasione per il commiato definitivo e in breve anche la Lancia Ardea uscì dall’aia. La giornata volgeva al termine e anche i cani si acquietarono. I miei amici erano nelle loro case. Cominciava il crepuscolo. Quella sera si iniziò a mangiare in leggero ritardo. Chiesi allo zio che razza fosse quel cane dal pelo lungo marrone e mio cugino rispose:
-È un Breton una razza rara da noi. Eccezionale per la caccia alle pernici -proseguì ma da noi non ce ne sono tante e bisogna andare a cacciarle in altezza -.
-E allora perché l’ha comprato?-.
-Gli piace fare lo snob- commentò lo zio- di due cani non se ne fa uno-.
-Perché – chiesi incuriosito- quella fulva è bella- insistei.
-Ma è anche nervosa…a volte quando trova l’animale trema tutta per l’eccitazione- aggiunse mio zio.
Erano notizie che assimilavo, anche se non mi servivano, ma mi piaceva imparare cose nuove.
Il rammarico di non poter andare a caccia fu forte al punto che dopo cena andai a letto salutando tutti. Stupii anche i miei cugini.
-Ma che c’ha il Nini?-.
-È stanco è venuto da solo da casa oggi- rispose sbrigativamente mia madre.
-Piglia una lucciola e mettila sotto il bicchiere, così domani ci troverai i soldi- scherzò mio cugino.
-Tieni, questi sono per te- mi disse lo zio dandomi delle strisce di un pneumatico, dei grossi elastici e un pezzo di cuoio- vediamo se sai farti una fionda.. .anch’io ho cominciato così-.
Ringraziai e portai con me tutto l’occorrente in camera.
Andai a salutare la zia e le detti il bacio della buona notte. Per la prima volta la vidi con i capelli sciolti, lunghissimi, che mia madre stava sistemando a treccia. Sarà stato il pensiero o l’agitazione, ma durante la notte mi svegliai e percepii dei rumori. Un felpato pesticciare, qualche sussurro, una porta che si apriva cigolando mi fecero intuire che i cacciatori erano vicino alla partenza. Dallo spioncino delle persiane proprio vicino all’aia, vidi il motocarro del cacciatore che avevo battezzato Pecos Bill, entrarvi dentro a marcia indietro. Notai nel buio due teste di cani muoversi quando si avvicinò alla casa. Lo zio cominciò a portare sul furgone tutto il necessario. Andò nella stalla e ne uscì con le bestie al guinzaglio.
-Scccccc- sibilò intimando loro il silenzio.
Eccitati, capivano che per essi si prospettava una giornata di festa e dopo furono messi sul pianale insieme agli altri. Rimasero immobili scodinzolando senza abbaiare. L’abbigliamento dei cacciatori era quasi uguale per entrambi: giubbotti, berretti, pantaloni di panno infilati negli stivali, cartucciere, fucili nelle custodie di pelle. Sentii mia madre che stava preparando i panini per la colazione. Dopo fece l’inventario: due salamini, due bozze di pane, tre bottiglie di vino, un panierino di frutta e due capi d’aglio per lo zio che aveva l’abitudine di mangiare a parte.
- Vi ho fatto anche una serqua di uova sode- precisò mettendo tutto in due cassette e una borsa, subito sistemate nel bagagliaio dell’auto.
-Brava signora!-.
La comitiva se ne andò via e io stentai a riprendere sonno. Quando mia madre più tardi entrò in camera trovandomi in piedi mi consigliò di tornare a letto. Non ripresi sonno e feci colazione molto presto. Volli andare a salutare la zia con il consueto bacio sulle guance e sulla fronte e restai in cucina. Il sole non era ancora sorto. Non sapevo che fare. Presi le strisce di tubolare e pensai di fissarle al quadratino di cuoio ma non ci riuscii. Nel borghetto regnava un silenzio tombale e quindi, mio malgrado, tornai sul letto pensando alla giornata di caccia. Non so quanto restai, ma mia madre, venendo in camera per sistemare la biancheria stirata, accese la luce e aprì le finestre. Fine dell’ozio. In attesa che venisse il giornalaio, pensai nuovamente alla fionda, ma solo allora mi accorsi che non avevo la forcella. Fui costretto a chiedere aiuto a mia madre perché, nonostante il mio vagare, non ero riuscito a trovare qualcosa di idoneo. In un attimo, brontolando perché aveva da finire di stirare, lei andò nel campo dietro la casa con una roncola e ritornò con un ramo frondoso. Prese la scure e con colpi rapidi tolse le foglie e mi domandò che misura volevo. Fatto sta che, non soddisfatto, ebbi da ridire, e allora senza tanti discorsi, rimasi con il troncone di legno in mano e l’altro materiale sparso sul tavolo. Sapevo che tra non molto sarebbe passato il giornalaio. Lo aspettai per comprare il Corrierino dei Piccoli e mia madre in questa occasione non prese alcun fotoromanzo perché lo aveva preso mia sorella il giorno prima. Il borghetto si stava animando. Vidi aprirsi le finestre, panni e lenzuoli appoggiati sui davanzali in attesa di essere percossi con il battipanni di giunco, e udii delle radio che diffondevano delle canzoni subito storpiate da alcune donne che stavano facendo le faccende. Proprio quella più vicina alla casa dello zio, gorgheggiò un “Grazie dei fior”, prima di chiedermi come stava la zia e mia madre uscì di cucina.
Salutò la donna e colse l’occasione di chiederle se suo marito era in casa perché aveva bisogno di un favore.
-Glielo chiamo, subito!. Vieni Umberto, c’è la signora Bruna ti vuol chiedere qualcosa- .
L’uomo comparve in canottiera, con il volto pieno di schiuma da barba, e mia madre gli chiese se poteva farmi una fionda perché ero incapace.
-Cinque minuti e sono da lei- .
Diventai rosso come un gambero e sarei voluto entrare sottoterra, ma l’uomo scese dopo poco con un coltello e mi fece una fionda a regola d’arte. Alloggiamento per gli elastici con cui fissare le cinghie ricavate da delle strisce di tubolari, forcella arabescata, incidendo la corteccia, e manico a grezzo per impugnarla meglio, cuoietto rettangolare per i sassi. Prima di consegnarmela la collaudò e vidi il sasso schizzare lontano. Contento, arrotolai i tiranti intorno alla forca e me la infilai tra la maglietta e i pantaloni. In attesa dei miei amici mi misi a osservare alcuni uomini che pulivano i loro motorini. La domenica era un giorno particolare e questa animazione si percepiva anche nei piccoli crocchi di persone che dal borghetto si recavano a piedi alla Messa, nonostante la chiesa fosse lontana. Avanti gli uomini tutti con il cappello, scarpe lucide e vestiti meglio del solito che discorrevano con le braccia intrecciate dietro la schiena, precedendo le loro consorti distanziate di molto. Esse quando mi videro si fermarono dicendomi che sarebbero passate a salutare la zia Nella al ritorno dalla Messa. Una di loro mi fece un complimento. Le donne ripresero a camminare con le loro pezzuole in testa, e con le mani, da cui spuntavano i loro rosari, intrecciate sullo stomaco Anche i ragazzi avevano un vestito diverso: capelli cosparsi di brillantina con una riga perfetta sulla sinistra e profumavano di borotalco, come qualcuno mostrava con i loro padiglioni e lobi imbiancati. Per me si profilava una giornatuccia, anche perché nel primo pomeriggio sarei dovuto ritornare a casa e i miei amici erano presi dalle loro abitudini familiari. Mi feci preparare un panino con il salame e mi incamminai verso il campo dello zio con il mio Corrierino dei Piccoli sottobraccio e la mia fionda, alla condizione che a metà mattinata sarei dovuto ritornare per farmi vedere. Il giorno si preannunciava caldo. Mi sistemai vicino a un albero che lo zio chiamava il “Moro”. Mi misi lì alle sue radici con le spalle appoggiate al tronco e mangiai avidamente tutto il panino. Ero imbronciato. Guardai un campo dove le strisce del grano falciato sembravano delle cicatrici. Vidi ai piedi dell’albero, una processione di formiche che, operose si incrociavano, trasportando granelli, minuzzoli sparsi e anche una bacca. Per dispetto volli tracciare una riga e subito il flusso s’interruppe. Sentii un fruscio e mi alzai guardando la fila di cipressi che indicava da una parte la fine del campo, oltre il quale vidi passare due barrocci che scendevano verso Porta Romana. Lasciai il giornalino per terra e con la fionda in mano presi a camminare lungo i bordi del campo, rasentando un fossetto di scolo ricoperto da foglie e pruni. Raccolsi un paio di sassi e continuai a camminare sul confine. Lì osservai, in un terreno adiacente, delle persone chinate e un gran mulinare di falci. In lontananza non seppi se erano donne o uomini perché avevano degli ampi cappelli, ma vidi la nebbiolina che in quella mattinata caldissima per un attimo rendeva meno nitide le loro sembianze. A un certo punto due colpi secchi lacerarono l’aria e subito un abbaìo di cani mi fece capire che lì vicino si sparava. Mi fermai. Altri due colpi secchi. Ricordai una volta il consiglio di non salire sui fichi perché “sono piante fragili” ed evitai quindi di montarci sopra, anche se lo avevo a un passo, per vedere se in lontananza riuscivo a scorgere qualcosa. Ripresi a camminare sempre nello spazio tra i campi e ritornai vicino al “Moro”. Mi sedei ancora dopo aver provato inutilmente a colpire dei passerotti in volo. Guardai in su e vidi una sconfinata cupola azzurra che di tanto in tanto veniva violata dal volo di qualche uccello. Il tubare uggioso delle tortore e la stanchezza dopo questo girovagare mi procurarono sonnolenza. Cominciai a chiudere gli occhi e sbadigliare. Fui quasi vinto da un torpore, ma altri tre colpi in rapida successione mi scossero. Mi sembrarono vicini e pensai di trasferirmi scegliendo di stare sotto un noce rassicurante che, con le sue fronde, mi riparava dal sole facendolo penetrare solo in alcuni punti, dove delle lucertole rimasero a lungo immobili.
Provai a immaginarmi la scena della caccia e la proiettai nel campo. Davanti a me io stavo con i cani dello zio che rincorrevano una lepre dopo averla obbligata a correre in discesa accerchiandola. Ruzzolò fino a cadere ai piedi dei cacciatori e uno la prese per le orecchie senza sparare. Sapevo che mi fingevo una scena, ma mi divertivo. Il tempo passò, ma non volevo uscire da questo incantesimo e interrompere la mia immaginazione. Sapevo che mia madre mi aspettava e alla fine giunsi a un compromesso impossibile.
Sfilai una corsa verso casa della zia dove mia madre mi sgridò perché ero stato da solo nel campo. Presi di corsa due fette bagnate con l’olio e via di corsa nuovamente verso il campo. Mentre correvo, mordevo ora l’una ora l’altra. Mi fermai per leccare l’olio che colava dal pane e poi via ancora di corsa. Quando arrivai sul posto, mi rimisi nello stesso punto e provai a ricalarmi nell’immaginazione ma alla fine, raccolto il giornalino, sconsolato dovetti tornare a casa perché mangiare e correre insieme mi aveva fatto venire il singhiozzo e l’incantesimo si era dissolto. Nel pomeriggio, da solo, tornai a casa senza aspettare il ritorno dello zio dalla caccia.
C’era una volta il mondo contadino … anni ’50 da: Gino Benvenuti Flash di Un’alba- Youcanprint Self-Publishing Tricase (Lecce) 2014
